Il lavoro come ideologia

Lo "Scaffale di Lavoro e diritto" è un progetto dell'omonima rivista: una libreria virtuale, creata per accogliere le ristampe (digitali e in open access) di selezionati studi lavoristici che il Mulino ha pubblicato nella seconda metà del secolo scorso, a beneficio di nuove generazioni di studiosi. La prefazione a questa riedizione digitale è stata scritta da Vincenzo Bavaro.
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"Questo libro potrà apparire impietoso verso il movimento operaio italiano, a cui è fraternamente dedicato. Ma, come si dice, ne uccide più la pietà che il medico". Inizia così questo acuminato scritto di Aris Accornero, risalente nel 1980. Siamo al tramonto del "Secolo Breve", negli anni in cui all’interno del sistema capitalistico si passa dal pieno impiego alla disoccupazione strutturale, dall’impiego stabile al lavoro temporaneo, dalla produzione taylorista al post-fordismo. In quel periodo a essere in crisi non è soltanto il "lavoro come ideologia", per citare il primo capitolo che dà il titolo al libro, ma il "lavoro come mestiere" e come "posto", cui l’autore si dedica nei capitoli tre e quattro. Per citare le parole di Vincenzo Bavaro che firma la Prefazione al volume, in questo volume eterodosso Accornero mette in discussione "una certa cultura politica nel sindacalismo e nella sinistra politica del ’900". Un intervento coraggioso e attuale, che parte dai fatti e ci conduce alle idee e alla loro critica. Una disamina impietosa della caducità di un "modello proletario", nel quale etica del lavoro e nobiltà del mestiere fondano l’identità sociale e racchiudono l’orizzonte dell’esistenza dei lavoratori.
Questa edizione digitale è stata pubblicata con il contributo del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari.

(1931-2018) ha insegnato Sociologia del lavoro nell'Università La Sapienza di Roma. Prima di allora è stato operaio a Torino dal 1946 al 1957, giornalista sindacale fino al 1967, e successivamente ha diretto i "Quaderni di Rassegna Sindacale", il periodico della Cgil, e la Sezione ricerche sociali del Centro studi di politica economica del Partito Comunista Italiano. Con il Mulino ha pubblicato La parabola del sindacato: ascesa e declino di una cultura (1992), Il mondo della produzione (1994), Era il secolo del lavoro (1997), Quando c’era la classe operaia. Storie di vita e di lotte al Cotonificio Valle Susa (2011).

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Editore: Il Mulino

Pubblicazione online: 2023
Isbn edizione digitale: 9788815410511
DOI: 10.978.8815/410511
Licenza: CC BY-NC-ND

Pubblicazione a stampa: 1980
Isbn edizione a stampa: 9788815188007
Collana: Universale Paperbacks il Mulino
Pagine: 230

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I CAPITOLI

DOI | 10.1401/9788815410511/p1

Prefazione alla riedizione digitale

La scelta di un titolo di un saggio da pubblicare non è mai scontata o, in molti casi, offre al lettore la chiave di lettura di tutto il saggio. Aris Accornero decise di intitolare il libro che viene adesso ripubblicato con lo stesso titolo che ha dato al primo capitolo «Il lavoro come ideologia» cui seguono altri tre capitoli intitolati «Il lavoro come identità», «Il lavoro come mestiere» e «Il lavoro come posto», prima delle Conclusioni. Questa scelta dell’Autore si spiega col fatto che tutto il libro è una messa in discussione di una certa cultura politica, la cui espressione più prossima ad Accornero era rappresentata da una certa cultura politica nel sindacalismo e nella sinistra politica del ’900; insomma la cultura del «secolo del lavoro» come egli stesso, nel 1997, lo definì col libro Era il secolo del lavoro. In effetti, Il lavoro come ideologia viene pubblicato nel 1980 quando, simbolicamente, inizia la fine del «secolo breve» (Hobsbawm 2011). Tra la fine degli anni ’70 e i...
Pagine | 1 - 12
DOI | 10.1401/9788815410511/p2

Copertina originale

Da dove viene quell'immagine un po' oleografica del lavoro che il movimento operaio porta con sé? Con una disamina serrata e impietosa, viene qui ricostruita l'origine e individuata la caducità di un "modello proletario", nel quale etica del lavoro e nobiltà del mestiere fondano l'identità sociale e racchiudono l'orizzonte dell'esistenza. Regge ancora quell'immagine, oggi che le conquiste dei lavoratori hanno trasformato il dovere in un diritto, e che nel socialismo stesso mancano alternative reali al lavoro salariato? Oltretutto, l'esaltazione per la faccia positiva del lavoro deve fare i conti con le inadempienze dello Stato capitalistico e non soltanto con gli imperativi della produzione di massa. I giovani pertanto vedono il lavoro come crisi dell'occupazione, disancoramento dalla scuola e scambio col posto. Ne nascono rifiuti iconoclasti, richieste di anteporre l'utilità alla produttività, comportamenti inattesi sul mercato del lavoro. Contro una visione ideologica del lavoro,...
Pagine | 13 - 13
DOI | 10.1401/9788815410511/p3

Premessa

Questo libro potrà apparire impietoso verso il movimento operaio italiano, a cui è fraternamente dedicato. Ma, come si dice, ne uccide più la pietà che il medico. Le questioni qui sollevate esistono, pesano e vanno prese per quel che sono, senza farne un dramma, affrontandole con la serietà e tempestività che è loro dovuta. Ciò richiede ripensamenti culturali e politici, non impossibili e ormai indispensabili. Ho discusso queste questioni con molte persone, e in particolare con Carlo Donolo, Giuseppe Berta, Giorgio Rombo e Filippo Battaglia, che mi hanno dato suggerimenti e spunti. Ho cercato di dar conto anche delle opere più recenti sul lavoro, arrivate numerose in libreria a sottolineare l’addensarsi delle domande Un ringraziamento devo al personale della biblioteca della Camera, e specialmente a Fiamma Arnò Sebastiani, per l’aiuto prestatomi, e ad Anna Maria Di Pierro per il lavoro di dattilografia. Ho scritto più d’un capitolo faticando e mangiandomi le festività in quel di...
Pagine | 7 - 7
DOI | 10.1401/9788815410511/c1
Capitolo primo

Il lavoro come ideologia

Il nostro domani si chiama lavoro (dal manifesto di Giacomo Manzù per il IX Congresso della CGIL, giugno 1977) Partiamo dalla crisi della categoria «lavoro», crisi che attraversa il corpo delle società contemporanee agendo in profondità ed esplodendo in superficie. È una crisi all’apparenza facile da descrivere e persino da spiegare, se si parla — poniamo — della disaffezione al lavoro [1] . Tutti possono capire che ci si riferisce allora a fenomeni di assenteismo, trasandatezza, nomadismo e distacco dei lavoratori dal lavoro. In sostanza, una crisi di disamoramento. È questa la crisi della quale hanno cominciato a lagnarsi gli imprenditori dei vari paesi col sopraggiungere degli anni ’70, segnati da comportamenti ed atteggiamenti collettivi dei lavoratori, inediti fino a oggi oppure dilagati e divulgati in quest’ultimo decennio [2] . Non è questa la crisi del lavoro che qui interessa, anche se ne è un aspetto, un riflesso piuttosto appariscente. E neppure il tema si può...
Pagine | 9 - 38
DOI | 10.1401/9788815410511/c2
Capitolo secondo

Il lavoro come identità

Ma la crisi del lavoro come ideologia agisce ancora in superficie. Ne risentono più che altro le leadership abituate a farvi ricorso. Chi lavora non se ne accorge neppure di essere meno sensibile, o meno partecipe, a quel richiamo. Si accorge invece che sta scivolando dal piedistallo un presupposto cui tutti avevano creduto: quello secondo il quale è il ruolo lavorativo a determinare l’identità sociale. Risulta cioè pericolante proprio la relazione che nel nostro secolo pareva essersi fatta ormai salda man mano la professione prendeva il posto del censo, e dell’estrazione sociale stessa, nel determinare l’essere sociale: così salda che, a sentire i principi a cui si richiamano, tutte le Costituzioni dell’occidente sviluppato potrebbero affermare, sulla falsariga di quella sovietica, che «il lavoro socialmente utile e i suoi risultati determinano la posizione dell’uomo nella società» (art. 14) [1] . È pur vero che nei paesi capitalistici la divisione sociale del lavoro intacca poi nei...
Pagine | 49 - 85
DOI | 10.1401/9788815410511/c3
Capitolo terzo

Il lavoro come mestiere

Ideologia e identità del lavoro convergono e culminano nella più nobile e motivata delle sue rappresentazioni: quella del mestiere, della professione. Mentre la professione è l’abito borghese del lavoro intellettuale, il mestiere è il lavoro manuale vestito a festa, proprio come in quelle foto di epoca dove i gruppi di operaj posano con cappello, baffoni e gilè, orgogliosi della propria rispettabilità proletaria [1] . Sotto queste vesti, il lavoro ha subito una metamorfosi prodigiosa e si è visto restituita la propria dignità, a prescindere dalla circostanza che fosse salariato, dipendente. Il lavoro come mestiere, come professione, è risultato il più vicino al lavoro come vocazione: è ciò che tradizionalmente ha reso possibile l’adesione, l’immedesimazione. Nella peculiarità degli specialismi, ogni professione e mestiere aveva infatti in sé qualcosa di conchiuso, un sapore, quasi un pegno di lavoro indiviso [2] . Ne erano espressione le separatezze corporative non meno della...
Pagine | 97 - 136
DOI | 10.1401/9788815410511/c4
Capitolo quarto

Il lavoro come posto

Nel dibattito, nelle polemiche, nella letteratura di questi anni 70, l’occupazione è il bene inseguito, il valore sociale emergente. Il lavoro invece è il valore obsoleto, l’oggetto discusso. Per recuperare un segno positivo, il lavoro deve tramutarsi in posti di lavoro. Il problema magari è lo stesso, ma i termini sono grandemente cambiati. E intorno a questi cambiamenti si è rimodellato l’orizzonte stesso della questione sociale. Uno degli effetti è che in un decennio hanno mutato significato varie definizioni riguardanti il lavoro come problema, e nuove formulazioni ha avuto la questione stessa dell’occupazione: basti pensare alla rilevanza assunta da quella che vien chiamata inoccupazione, nei suoi risvolti sociologici, rispetto alla nozione classica di disoccupazione, anche quella detta strutturale. Figure nuove sono venute altresì a complicare il quadro connesso all’occupazione: figure che, se c’erano già, non avevano un volto preciso, non avevano nemmeno un nome. A me sembra...
Pagine | 149 - 188
DOI | 10.1401/9788815410511/c5
Capitolo quinto

Conclusioni

Il discorso critico sul lavoro non può certo dirsi concluso qui. I limiti dell’approccio che il movimento operaio continua ad usare nell’affrontare il grande tema andrebbero infatti indagati sotto altre fattispecie: non solo del lavoro come ideologia, come identità, come mestiere e come posto, ma anche del lavoro come paga, tempo, vita, utopia. È quanto lo scrivente si accinge a fare. Dall’esame fin qui condotto è però già possibile delineare quel paradigma laico che, allo scopo di provocarne la salutare reazione, andrebbe proposto al movimento operaio, la cui ottica sul lavoro urta ormai contro il senso comune essendo viziata da ascendenze ideologiche e pregiudiziali etiche tutt’altro che eterne ed universali, anzi figlie di un’epoca sociale e di un humus politico irripetibili. È un paradigma semplice, elementare, perfino banale, ma assolutamente verace: che il lavoro è tuttora necessità e nient’affatto libertà, e che quindi non si deve essere nei suoi confronti acritici come chi ne...
Pagine | 199 - 212