Christoph Cornelissen, Gabriele D'Ottavio (a cura di)
La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità
DOI: 10.1401/9788815370228/c5
Per misurare le interconnessioni commerciali di un’economia sul piano internazionale, gli studi più recenti in materia economica fanno anche riferimento al suo ‘grado di apertura’,
{p. 124}vale a dire l’indice dato dal rapporto tra la somma delle esportazioni e delle importazioni e il PIL. Ad esempio, il grado di apertura della Gran Bretagna scese dal 30% al 20% all’inizio della Grande Depressione. La spinta più grande alla de-globalizzazione venne dalla Grande Depressione e non fu un effetto della Prima guerra mondiale. Sia il grado di apertura che le quote di export diminuirono marcatamente in tutti i Paesi del mondo che adottarono politiche sempre più protezionistiche. Anche la Repubblica di Weimar imboccò la via del protezionismo ma lo fece in maniera evidente solo durante la Grande Depressione [12]
.
Tab. 2. Quota del mercato mondiale delle esportazioni di manufatti tedeschi 1925-1935 a confronto (in percentuale)
anno
Germania
Gran Bretagna
Francia
USA
1913
22,9
26,7
11,3
10,8
1925
14,8
25,3
13,0
15,1
1926
16,3
23,3
11,6
16,4
1927
16,5
22,7
11,4
16,4
1928
17,3
21,8
10,5
17,2
1929
18,6
20,6
9,8
18,3
1930
19,8
19,4
10,2
15,4
1931
22,5
17,1
10,5
13,3
1932
21,6
19,4
10,6
11,1
1933
20,2
20,8
10,8
10,3
1934
17,7
20,5
10,3
11,8
1935
18,5
20,9
8,5
13,2
 
 
 
 
 
Fonte: V. Schröter, Die deutsche Industrie auf dem Weltmarkt 1929-1933, p. 519.
Misurare il volume dell’export e il grado di apertura risulta problematico perché il loro livello dipende principalmente dalla dimensione del mercato interno. Le difficoltà di valutazione aumentano notevolmente soprattutto per i periodi, come {p. 125}quello preso in esame, caratterizzati da molti cambiamenti territoriali. Di conseguenza gli economisti e gli storici dell’economia hanno cercato indicatori più affidabili. Una misura importante in questo contesto fa riferimento alla differenza dei prezzi pagati per beni omogenei in luoghi diversi. Secondo l’idea di base della teoria del commercio estero, se il commercio globale funziona in modo efficiente e non è soggetto a limitazioni, in tutto il mondo dovrebbero essere pagati gli stessi prezzi per beni identici dopo aver dedotto i costi per il trasporto. Si può dimostrare che i differenziali di prezzo per molti beni aumentarono nel periodo tra le due guerre, e in particolare durante gli anni inflazionistici dopo la guerra e negli anni Trenta. Alla fine degli anni Venti, tuttavia, il livello di integrazione dei prezzi di mercato era appena inferiore a quello degli ultimi anni prebellici. La maggiore spinta alla dis-integrazione venne pertanto dalla Grande Depressione [13]
. Tuttavia i dati raccolti dal team di Kevin O’Rourke riguardano essenzialmente le relazioni commerciali inglesi mentre non sono ancora stati effettuati studi simili relativamente al commercio tedesco [14]
. Un limite di questa misura è dato anche dal fatto che la si può usare solo per i beni omogenei, ma non per i manufatti, che nel contesto dell’economia tedesca hanno un peso molto più rilevante.
Un argomento importante a sostegno della tesi della de-globalizzazione è costituito, infine, dalle politiche commerciali dei principali Paesi del mondo che mostravano già tendenze protezionistiche negli anni Venti. Nel 1925 l’aliquota media ponderata relativa al commercio della Repubblica di Weimar era del 15%, dunque alta per gli standard internazionali, anche se rispetto al 1913 l’aumento era di tre soli punti percentuali [15]
. {p. 126}Gli Stati Uniti avevano già avviato prima della Grande Guerra una politica economica protezionistica con tariffe elevate e restrizioni commerciali, ma sarebbe fuorviante considerare questa l’unica causa del crollo del commercio mondiale durante la Grande Depressione. La tariffa Smoot-Hawley del 1930 non rappresentò un serio aumento delle barriere tariffarie rispetto agli anni Venti. Le tariffe si inasprirono soprattutto a causa del calo dei prezzi. Si può dimostrare, inoltre, che la recessione non accelerò fino alla crisi valutaria del 1931, sicché il protezionismo fu una reazione al dumping valutario e non alla politica commerciale americana [16]
.
Tuttavia, dopo la guerra anche le nazioni favorevoli al libero scambio inasprirono le loro politiche tariffarie. In Gran Bretagna la conversione al protezionismo avvenne con l’Imperial Preference in occasione della Conferenza di Ottawa (1932) che creò un blocco commerciale e monetario britannico [17]
. Nella Repubblica di Weimar il cambiamento fu meno drastico. Dopo la ritrovata sovranità economica (1925), infatti, venne emanata una tariffa che era inferiore alla ‘tariffa Bülow’ del 1902. Le posizioni protezionistiche divennero sempre più prevalenti dopo il 1928 in seguito alla crescente crisi economica e istituzionale. L’introduzione dei controlli sui cambi nel luglio 1931 aggiunse uno strumento di politica monetaria che venne usato con finalità protezionistiche al più tardi a partire dal 1932 [18]
.{p. 127}
L’osservazione integrata dei dati statistici a livello macro evidenzia un quadro relativamente chiaro con riguardo all’interconnessione globale dell’economia tedesca. Secondo la letteratura in materia meno recente [19]
, il protezionismo agricolo postbellico dei Paesi industriali europei contribuì notevolmente alla dis-integrazione economica globale. Sul piano internazionale questo cambiamento non si tradusse in un crollo del commercio, ma al massimo favorì uno spostamento dei flussi commerciali dall’Europa, un «decentramento economico mondiale» (Gerd Hardach). La Gran Bretagna fu la prima ad essere toccata dal cambiamento che poi avrebbe coinvolto altre potenze europee, inclusa la Repubblica di Weimar. Tuttavia in altre parti del mondo, come in Sud America e in Asia, gli anni Venti rappresentarono un vero e proprio periodo d’oro per il commercio mondiale [20]
, che era basato su relazioni commerciali multilaterali secondo la clausola della nazione più favorita e collegava i Paesi esportatori periferici di materie prime con gli esportatori europei di manufatti [21]
. Fu solo con la Grande Depressione che le tendenze alla dis-integrazione sfociarono in una vera e propria de-globalizzazione con caratteristiche diverse nelle differenti regioni e aree monetarie del mondo [22]
.
Dopo la Prima guerra mondiale l’integrazione dell’economia tedesca su scala globale si svolse in condizioni sfavorevoli e le imprese che operavano a livello internazionale dovettero cercare nuove modalità oltre al commercio estero convenzionale. Su {p. 128}questo mutamento nella forma dell’interconnessione globale ci soffermeremo nelle sezioni seguenti.

2. La logica nazionale delle statistiche del commercio estero e le catene globali del valore

È noto che la contabilità nazionale, i dati del commercio estero e le bilance dei pagamenti sono strumenti statistici quanto mai problematici. Solo dopo la Seconda guerra mondiale la contabilità nazionale diventò affidabile e standardizzata a livello internazionale [23]
. I cambiamenti territoriali, come quelli a seguito della guerra, rappresentano un problema per la contabilità nazionale perché considerano commercio estero le relazioni commerciali che in precedenza avevano una dimensione nazionale: problema che potrebbe essere aggirato calcolando le «esportazioni pro capite», ma un metodo di questo tipo può al massimo portare a risultati molto approssimativi. Un altro problema è che le bilance dei pagamenti registrano flussi di pagamenti e non flussi di merci. Una diminuzione dei prezzi del mercato mondiale delle merci tedesche d’esportazione rispetto a quelli del mercato interno, ad esempio, determina un calo delle esportazioni nella bilancia dei pagamenti anche se il volume degli scambi ‘fisici’ del mercato mondiale potrebbe non risultarne modificato. Se per interconnessione del mercato mondiale si intende un processo che riguarda lo scambio di persone e il commercio ‘fisico’ di beni, essa risulta pertanto rappresentata in modo incompleto dalla bilancia dei pagamenti che registra solo transazioni monetarie filtrate dai movimenti dei prezzi.
Una analoga influenza viene esercitata dal valore delle valute: quando il valore estero del Reichsmark aumentò del 30% come risultato della svalutazione della sterlina nel settembre 1931, i prodotti tedeschi nell’area della sterlina divennero più costosi
{p. 129}e gli esportatori dovettero abbassare i loro prezzi di vendita nella stessa misura per mantenere inalterato l’ammontare delle vendite. In un certo senso era questo lo sfondo monetario della «politica deflazionistica» di Brüning. Al contrario, la perdita di valore della moneta negli anni della grande inflazione postbellica favorì un vero e proprio boom delle esportazioni e degli investimenti interni [24]
.
Note
[12] D. Stegmann, Deutsche Zoll- und Handelspolitik 1924/25-1929 unter besonderer Berücksichtigung agrarischer und industrieller Interessen, in H. Mommsen - D. Petzina - B. Weisbrod (edd), Industrielles System und politische Entwicklung, pp. 499-513.
[13] R. Findlay - K.H. O’Rourke, Power and Plenty, p. 464.
[14] Ibidem, su Berlino forniscono alcuni dati per gli anni 1927-1929 e 1930-1932 in un’appendice online del seguente articolo: W. Hynes - D.S. Jacks - K. O’Rourke, Commodity Market Disintegration in the Interwar Period, in «European Review of Economic History», 16, 2012, pp. 119-143. Ringraziamo Markus Lampe (Vienna) per il consiglio.
[15] Dati da: D.A. Irwin, The GATT’s Contribution to Economic Recovery in Post-War Western Europe, in B. Eichengreen (ed), Europe’s Post-War Recovery, Cambridge, Cambridge University Press, 1995, pp. 127-150. La «tariffa media ponderata» si ottiene dividendo il totale delle entrate doganali per la somma dei valori delle importazioni.
[16] B. Eichengreen - D.A. Irwin, Trade Blocs, Currency Blocs and the Reorientation of World Trade in the 1930s, in «Journal of International Economics», 38, 1995, pp. 1-24; D.A. Irwin, Clashing Over Commerce. A History of US Trade Policy, Chicago IL - London, University of Chicago Press, 2017, pp. 439-441.
[17] A. de Bromhead - A. Fernihough - M. Lampe - K. O’Rourke, When Britain Turned Inward: The Impact of Interwar British Protection, in «American Economic Review», 109, 2019, 2.
[18] J. Bellers, Außenwirtschaftspolitik und politisches System. Historisch-komparatistische Studien zur Weimarer Republik und zur Bundesrepublik Deutschland im Vergleich mit anderen Industrie- und Entwicklungsländern, in «Geschichte und Gesellschaft», 23, 1997, pp. 241-245; D. Stegmann, Deutsche Zoll- und Handelspolitik 1924/25-1929, pp. 499-513.
[19] Si veda l’eccellente lavoro di V. Schröter, Die deutsche Industrie auf dem Weltmarkt 1929-1933, qui p. 32.
[20] Si veda pars pro toto: V. Bulmer-Thomas, The Economic History of Latin America Since Independence, New York, Cambridge University Press, 1995, pp. 155-193; R. Hartmann, Geschichte des modernen Japan. Von Meiji bis Heisei, Berlin, Akademie, 1996, pp. 122-165.
[21] V. Schröter, Die deutsche Industrie auf dem Weltmarkt 1929-1933, p. 39.
[22] B. Eichengreen - D.A. Irwin, The Slide to Protectionism in the Great Depression: Who Succumbed and Why?, in «The Journal of Economic History», 70, 2010, pp. 871-897.
[23] D. Speich Chassé, Die Erfindung des Bruttosozialprodukts. Globale Ungleich- heit in der Wissensgeschichte der Ökonomie, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2013, pp. 80-112.
[24] Si veda, per gli anni dell’inflazione, C.-L. Holtfrerich, Aus dem Alltag des Reichswirtschaftsministeriums während der Großen Inflation 1919-1923/24, in C.-L. Holtfrerich (ed), Das Reichswirtschaftsministerium der Weimarer Republik und seine Vorläufer, Berlin - Boston, De Gruyter, 2016, pp. 237 s.; per la politica deflazionistica: H. James, Das Reichswirtschaftsministerium und die Außenwirtschaftspolitik: «Wir deutschen Pleitokraten, wir sitzen und beraten», ibidem, pp. 569-571. Sulla discussione circa il margine d’azione di Brüning si veda anche R. Köster, Keine Zwangslagen? Anmerkungen zu einer neuen Debatte über die deutsche Wirtschaftspolitik in der Großen Depression, in «Vierteljahrsschrift für Zeitgeschichte», 63, 2015, pp. 241-257.