Christoph Cornelissen, Gabriele D'Ottavio (a cura di)
La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità
DOI: 10.1401/9788815370228/c11
In questa prospettiva, un filone importante della sociologia weimariana è l’attenzione all’ascesa degli impiegati, un ceto/gruppo, in sé piuttosto eterogeneo, che si colloca come terzo elemento tra borghesia e classe operaia e in quanto tale favorisce l’immagine di una società nello stesso tempo di massa e di ceto medio. Tra le figure più significative in questa direzione, oltre a Theodor Geiger, è da ricordare senz’altro Siegfried Kracauer e il suo tentativo di far rientrare gli impiegati nelle maglie dell’analisi marxiana delle classi che prevedeva la scomparsa della classe media. La spinta rivoluzionaria del proletariato si è esaurita di fronte all’ascesa degli impiegati e alla capacità dei sindacati di incanalare le rivendicazioni e le proteste attraverso la regolamentazione del conflitto industriale. Kracauer si rende
{p. 254}però conto che per cogliere la novità espressa dalla classe/ceto degli impiegati non ci si può limitare ad osservare la loro posizione nell’ambito della produzione, ma bisogna studiare i loro gusti, i loro stili di vita, le loro aspirazioni e non ci si può stupire che quando la loro collocazione sociale è messa in discussione da una crisi essi possano rivolgersi alle sirene dei movimenti eversivi di destra.
La seconda pista conduce al tema della burocrazia. Weber è presente nella penetrante analisi degli impiegati di Siegfried Kracauer, il quale si rende conto che l’analisi marxiana della classe media deve essere rivista e integrata, non solo perché la classe media dei produttori artigiani e dei commercianti non tende a scomparire per effetto dei processi di polarizzazione prodotti dallo sviluppo capitalistico, ma soprattutto perché una nuova classe media si sta formando ed è costituita dall’esercito degli impiegati sia pubblici sia privati prodotti dalla burocrazia dello Stato e della grande industria. In questa prospettiva rientra anche l’analisi dei processi di burocratizzazione che Emil Lederer riprende in una chiave non più semplicemente weberiana. Nato in Boemia, formatosi a Vienna, docente a Heidelberg, dovette fuggire, come molti, negli Stati Uniti dove rifondò quella che sarebbe diventata la New York School for Social Research e dove pubblicò nel 1939 l’importante saggio The State of the Masses, una delle opere più significative dove la riflessione sulla società tedesca caduta preda del totalitarismo si salda con l’analisi della società di massa incontrata negli Stati Uniti [15]
.
Kracauer viene giustamente ascritto, sia pure con qualche incertezza, alla Scuola di Francoforte. Karl Lichtblau [16]
ha {p. 255}dedicato un ampio studio alla ricezione dell’opera di Max Weber da parte della teoria critica. Il rapporto è complesso, come del resto risulta dalla relazione di Theodor Adorno al famoso quindicesimo Congresso della Deutsche Gesellschaft für Soziologie del 1964 [17]
, anche se è innegabile che Weber è assai spesso l’interlocutore esplicito, ma talvolta anche implicito, degli studiosi dell’Institut sia nel periodo weimariano, sia nell’esilio americano e sia infine dopo il ritorno in terra tedesca.
Questa sommaria rassegna della sociologia nel periodo weimariano non può concludersi senza quello che è stato probabilmente l’esponente più significativo di quella stagione e che ne esprime con lucidità le grandi aperture ma anche i turbamenti. Karl Mannheim, formatosi a Budapest sua città natale, visse in Germania lungo tutta l’esperienza di Weimar dal 1919 al 1933, dovendo poi emigrare a Londra dove visse fino all’età di 54 anni, due anni meno di Weber. Il pensiero sociologico di Karl Mannheim [18]
è impensabile senza il riferimento a Weber anche se il percorso di Mannheim si è sviluppato successivamente, durante l’esilio inglese lungo linee di forte originalità. Egli ci ha lasciato un interessante articolo scritto nel 1934, immediatamente dopo esser stato radiato dall’insegnamento all’Università di Francoforte per ragioni razziali, al fine di illustrare al pubblico inglese lo stato della sociologia tedesca [19]
. In questo saggio afferma che la sociologia tedesca è «il prodotto di una delle più grandi dissoluzioni e riorganizzazioni sociali» e che «il significato della crisi non implica solo disintegrazione, ma {p. 256}anche il tentativo che la società fa per rivedere la sua intera organizzazione». Il nesso stretto ma problematico tra sociologia (come forma di sapere) e società è infatti al centro dei contributi pensati e scritti nel periodo weimariano, cioè i saggi di quella sotto-disciplina che prenderà poi il nome di «sociologia della conoscenza», tra i quali in particolare quello sul pensiero conservatore e Ideologie und Utopie [20]
. Il pensiero conservatore nasce dalla dinamica del cambiamento sociale perché esprime gli orientamenti (gli interessi materiali e ideali, direbbe Weber) di coloro che al cambiamento si oppongono perché da esso hanno tutto da perdere. Sono i difensori dell’ordine costituito. Mentre ad esso, cioè all’ordine costituito, si oppongono i gruppi (ceti, classi, correnti di pensiero) emergenti, nonché coloro che, come diceva Karl Marx, hanno da perdere solo le loro catene. La tematica ritorna in Ideologie und Utopie, un’opera che può essere interpretata come un lungo dialogo che l’autore intrattiene contemporaneamente con Marx e Weber; il concetto di ideologia viene certamente da Marx (Weber, se non sbaglio, non nomina mai la parola), ma il problema al quale è applicato è squisitamente weberiano: come garantire l’oggettività possibile della scienza della società senza rimanere vittime del relativismo, una volta tematizzata la Seinsgebundenheit des Denkens. La soluzione adottata da Mannheim che assegna questo compito all’intellighentia capace potenzialmente di sottrarsi all’influenza della propria posizione sociale era stata anticipata da Alfred Weber, ma è una soluzione che il fratello Max non avrebbe certamente del tutto condiviso [21]
. {p. 257}

5. Per concludere

René König è una delle figure più significative per la rifondazione della sociologia in Germania nel secondo dopoguerra. Di padre tedesco e di madre francese, aveva abbandonato la Germania nel 1937 per incompatibilità col regime, si era trasferito in Svizzera dove aveva conseguito l’abilitazione e ottenuto la sua prima cattedra di sociologia, tornato in Germania nel 1949, fu certamente un punto di riferimento per una parte rilevante delle successive generazioni di sociologi. König si è occupato della sociologia di Weimar col distacco dello storico della sociologia in un fortunato libro dove distingue [22]
la deutsche Soziologie contrapponendola alla Soziologie in Deutschland. La prima ha un respiro corto in quanto affonda le proprie radici nella specificità di tratti culturali che non possono essere condivisi da chi non è nato, cresciuto e formato in quell’orizzonte culturale. La seconda, invece, fa parte di un’impresa che, senza cancellarli, va oltre i confini nazionali, dando vita ad una disciplina in prospettiva internazionale (non è un caso che egli fu uno dei promotori e dei primi presidenti dell’International Sociological Association).
Abbiamo visto, sia pure in estrema sintesi, da un lato l’assenza e dall’altro lato la presenza di Weber nella sociologia weimariana. Non è certo un caso che l’assenza è riscontrabile in prevalenza in quelle componenti che si collocano nell’ambito della deutsche Soziologie, mentre la presenza è evidente tra quei sociologi che dopo il 1933 hanno dovuto lasciare, per libera scelta o per necessità, la terra di Germania e che König colloca nella Soziologie in Deutschland. Detto altrimenti, c’è una sociologia tedesca che non corrisponde alla sociologia in lingua tedesca; la sociologia del periodo weimariano è una sociologia tedesca per coloro che sono rimasti in Germania sia come fiancheggiatori del regime nazionalsocialista, sia come esuli interni, la sociologia in lingua tedesca è invece quella che si è arricchita, ed ha arricchito, una disciplina che, nell’attenzione alle differenze, si muove in una dimensione cosmopolitica.
Note
[15] La traduzione italiana è apparsa nel 2007 presso B. Mondadori (E. Lederer, Lo stato delle masse. La minaccia della società senza classi, a cura di M. Salvati); sul significato dell’emigrazione di scienziati sociali tedeschi negli Stati Uniti per lo sviluppo della sociologia, si veda M. Salvati, Esilio tedesco e scienze sociali in USA nella prima metà del ’900, in P.P. Poggio (ed), L’Altro- novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, Milano, Jaca Book, 2013, III, pp. 583-602.
[16] K. Lichtblau, Die Rezeption des Werkes von Max Weber in der Kritischen Theorie, ora in K. Lichtblau, Zwischen Klassik und Moderne, Wiesbaden, Springer, 2017, pp. 356 ss.
[17] O. Stammer (ed), Max Weber und die Soziologie Heute, Tübingen, G.C.B. Mohr, 1965 (trad. it. Max Weber e la sociologia oggi, Milano, Jaca Book, 1967).
[18] D. Kettler - C. Loader - V. Meja, Karl Mannheim and the Legacy of Max Weber: Retrieving a Research Programme, London, Routledge, 2008.
[19] K. Mannheim, German Sociology 1919-1933, in «Politica», 1, 1934, pp. 12- 33. Disponiamo ora di una traduzione italiana di questi scritti, altrimenti difficilmente reperibili, in K. Mannheim, In difesa della sociologia. Saggi 1929-1936, a cura di B. Grüning - A. Santambrogio, Milano, Molteni, 2020, pp. 337-376. Il volume contiene anche un’ampia e accurata ricostruzione delle vicende accademico-scientifiche di Mannheim nelle varie fasi della sua tormentata biografia. Cfr. B. Grüning, Come pensa un professore: Mannheim e la sociologia come disciplina, pp. 49-115.
[20] K. Mannheim, Das konservative Denken: soziologische Beiträge zum Werden des politisch-historischen Denkens in Deutschland, in «Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik», 57, 1927, n. 1 (trad. it. Conservatorismo. Nascita e sviluppo del pensiero conservatore, Roma - Bari, Laterza, 1989); dello stesso autore, Ideologie und Utopie, Bonn, Cohen, 1929 (trad. it. Ideologia ed utopia, Bologna, Il Mulino, 1999).
[21] Una critica a Mannheim sulla scorta dell’epistemologia weberiana era già stata fatta nel 1934 da A. von Schelting, Max Webers Wissenschaftslehre, Tübingen, Mohr, 1934.
[22] R. König, Soziologie in Deutschland: Begründer - Verächter - Verfechter, München, Hanser Verlag, 1987.