Christoph Cornelissen, Gabriele D'Ottavio (a cura di)
La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità
DOI: 10.1401/9788815370228/c2
A volte sembravano due i cuori che battevano nel petto della socialdemocrazia, che da un lato si riteneva il partito della rivoluzione con una chiara coscienza di classe, e dall’altro sottolineava la sua responsabilità «interclassista» in quanto garante della democrazia e della Costituzione. A questi due aspetti chiave la destra e la sinistra interna davano un peso
{p. 59}diverso, con il risultato che anche questo squilibrio impedì la maturazione di un chiaro e soprattutto positivo atteggiamento nei confronti della rivoluzione. Senza contare che l’innegabile deficit di contenuti socialisti della rivoluzione offriva continuamente il fianco ad attacchi: dall’esterno ma anche dall’interno del partito.

3. La ricezione della rivoluzione dopo il 1945

Nella DDR si cominciò a parlare più tardi di una «rivoluzione borghese» che non aveva potuto evolvere verso una vittoriosa «rivoluzione proletaria» essenzialmente per due motivi: in primo luogo a causa della intransigente opposizione «reazionaria» del gruppo dirigente della «destra socialdemocratica», e in secondo luogo a causa della mancanza di un forte partito comunista di quadri, come invece era la SED fin dal 1946. Nella eliminazione di questo deficit il gruppo dirigente della DDR individuò una continuazione e un completamento della rivoluzione di novembre. Grazie alla costruzione di questa linea di continuità la rivoluzione del 1918-1919 non tardò ad assumere un rilievo storico-politico ben maggiore di quello che aveva nella Germania occidentale [10]
. Nei primi anni della Repubblica federale né la rivoluzione di novembre né Weimar ebbero un qualche ruolo nel processo di rifondazione della democrazia. Sulla rivoluzione di novembre, come del resto sulla democrazia weimariana nel suo complesso, continuava ad allungarsi l’ombra degli eventi del 1933 e in ogni caso essa non era che l’esempio di un fallimento che non andava certo festeggiato. Anzi, bisognava fare il contrario: «Bonn non è Weimar» [11]
, recitava uno slogan che divenne rapidamente proverbiale e che a volte veniva evocato per tranquillizzare, a volte a mo’ di ammonimento.{p. 60}
Mentre la BRD fu fin dall’inizio alle prese con il «complesso di Weimar» [12]
, nell’immediato dopoguerra la rivoluzione del 1918-1919 non fu sostanzialmente al centro di alcun dibattito. Le cose cominciarono a cambiare solo nel corso degli anni Cinquanta, e dalle discussioni dell’epoca si evince chiaramente che sulla prima, prevalente interpretazione più che il contesto postfascista esercitò un peso determinante il nuovo e assai influente scenario della Guerra fredda. Nel 1955 uno storico conservatore di Kiel, Karl Dietrich Erdmann, scrisse per i «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte» un contributo sulla Geschichte der Weimarer Republik als Problem der Wissenschaft che all’epoca ebbe una vasta eco e in cui egli sosteneva la tesi di una decisiva scelta dicotomica tra bolscevismo orientale e democrazia occidentale che si sarebbe posta tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919. I socialdemocratici maggioritari si sarebbero trovati davanti alla scelta se avallare una «rivoluzione sociale d’intesa con forze che puntavano all’instaurazione di una dittatura proletaria», o consolidare una «repubblica parlamentare d’intesa con le forze conservatrici e il vecchio corpo degli ufficiali» [13]
. In seguito lo stesso Erdmann tornò a sottolineare, nel suo non meno noto Gebhardt. Handbuch der deutschen Geschichte, che all’epoca si era posta la scelta tra queste «due opposte tipologie di organizzazione politico-sociale» [14]
. Tertium non datur.
La ricerca di zone grigie e intermedie, di alternative in merito all’atteggiamento da tenere e di terze vie si intensificò solo nei due decenni successivi. Mentre gli storici analizzavano nuove fonti e prendevano visione dei documenti prodotti dai Consigli degli operai e dei soldati, il conflitto Est-Ovest diminuì di intensità e cominciò una fase di distensione: il che {p. 61}rese possibile una progressiva presa di distanza dal modello binario – «aut aut» – di Erdmann. Grande rilievo nel lavoro di revisione di questa interpretazione assunsero i lavori dello storico Eberhard Kolb sui Arbeiterräte in der deutschen Innenpolitik 1918-1919 [15]
, e del politologo Peter von Oertzen sui Betriebsräte in der Novemberrevolution [16]
. Lavori che, oltre ad evidenziare un quadro differenziato delle diverse modalità di formazione dei Consigli, furono anche in grado di provare che solo una piccola minoranza di essi si orientò in senso filo-bolscevico. Alla luce dei risultati di queste ricerche il timore del gruppo dirigente socialdemocratico in merito ad un possibile golpe comunista o che potesse darsi una «situazione russa» appariva esagerato. In quel frangente storico le possibilità di scelta sarebbero state quindi maggiori e più complesse. Nei Consigli ci sarebbe stato, a livello latente, un potenziale di democratizzazione – e ora si addossava ai socialdemocratici di Ebert la responsabilità di non averlo saputo sfruttare. Ma non furono solo gli studi empirici ed obiettivi di Kolb e Oetzen (anche se quest’ultimo vi lasciava trasparire il fervore che gli derivava dal suo impegno politico) che nella seconda metà degli anni Sessanta contribuirono a diffondere una nuova ricezione della rivoluzione di novembre. Più importante per la diffusione del tema a livello di opinione pubblica fu con ogni probabilità un cambiamento di opinione, cambiamento che fino agli anni Settanta avrebbe contribuito a focalizzare in misura crescente l’attenzione sulle idee dei Consigli e sulla ricerca di nuove vie tra le grandi alternative politico-sociali. Idee di una terza via tra capitalismo e comunismo, di democrazia di base e progetti di ogni sorta nel segno dei Consigli conobbero una vera rinascita. Una parte del movimento del ’68, ad esempio il Club repubblicano di Berlino ovest, analizzò la «situazione {p. 62}iniziale della rivoluzione di novembre» per trarne i necessari insegnamenti in vista, così si diceva, di una nuova situazione rivoluzionaria e per non persistere in «strategie politiche di corto respiro» [17]
. Rientrato in Germania dopo il lungo esilio americano, il noto teorico del pluralismo e politologo Ernst Fraenkel si disse preoccupato davanti a queste tendenze e mise in guardia da un nuovo «mito dei Consigli» [18]
.
Anche se le sue interpretazioni non erano certo concordanti, nell’autunno del 1968, vale a dire in occasione del suo cinquantesimo anniversario, la rivoluzione di novembre era assolutamente presente. Tutti quelli che ritenevano che con essa fosse andata perduta la concreta possibilità di avere una democrazia più avanzata o addirittura di dare vita ad una alternativa socialista nel segno dei Consigli, vedevano i socialdemocratici seguaci di Ebert e Scheidemann sotto una luce sempre più fosca. Alla diffusione e al consolidamento di questa fama negativa diede un fondamentale contributo lo storico e pubblicista Sebastian Haffner, che nel 1968, con una serie di articoli pubblicati su «Stern» e raccolti in volume l’anno successivo, diede nuova linfa non tanto alla tesi del fallimento quanto piuttosto a quella del tradimento tout court. Per decenni il suo lungo saggio sulla «rivoluzione tradita» sarebbe risultato il più richiesto sul mercato librario della Germania occidentale [19]
.{p. 63}
Storicamente non sostenibile, una simile tesi apparteneva già allora al regno delle leggende, sicché la sua grande e persistente influenza appare ancor più incomprensibile. Un’influenza, va detto, favorita anche dal fatto che la stessa socialdemocrazia non accettava di buon grado l’eredità di una rivoluzione mai veramente amata. In ogni caso non si poteva parlare, come del resto già indicava la storia della ricezione della Repubblica di Weimar, di una sua ininterrotta acquisizione nel bagaglio di tradizioni dell’SPD. La quale talvolta assumeva un atteggiamento difensivo. Anzitutto non considerava un risultato positivo il fatto di aver all’epoca sostanzialmente dato la priorità all’obiettivo della democrazia rispetto a quello del socialismo, e anzi sembrava quasi vergognarsi per il fatto di aver rinunciato all’utopia socialista. In qualche caso diede anche l’impressione di aver interiorizzato la tesi del tradimento. Così, in un articolo pubblicato nel 1968 su «Vorwärts», l’organo del partito, si poteva leggere che Ebert non aveva certo «tradito consapevolmente i suoi principi socialdemocratici» ma con la sua «avversione nei confronti di tutti i rivoluzionari» alla fine «aveva ottenuto come risultato quello di spianare la strada ai nemici della rivoluzione» [20]
. Dieci anni dopo l’allora presidente della SPD Willy Brandt lamentò il fatto che nel tardo autunno del 1918 il suo partito aveva evidenziato una grave «mancanza di combattività e decisione» e «in un certo senso era rimasto prigioniero del suo pensiero legalitario» [21]
.
Nel decennio successivo le critiche aumentarono. Stando alla «Berliner Stimme», l’organo della SPD, nel 1918-1919 il gruppo dirigente del partito aveva totalmente rinunciato ad operare per un attivo cambiamento della organizzazione politico-sociale e alla fine non aveva voluto altro che «pace e ordine». A differenza di Ebert e dei suoi compagni, così ancora il giornale, Rosa Luxemburg poteva essere considerata una delle «poche figure storico-politiche» sulla cui eredità si poteva «legittima
{p. 64}mente fondare in questo Paese una tradizione democratica» [22]
. Un simile approccio, tuttavia, non ottenne solo consensi, tanto che nel 1986-1987 un gruppo di socialdemocratici conservatori riuniti intorno all’ex borgomastro Dietrich Stobbe si oppose, in un documento di lavoro, alla partecipazione del partito ad una pubblica assemblea commemorativa in onore di Luxemburg e Liebknecht. A loro giudizio, un riferimento a Rosa Luxemburg sarebbe tornato «poco utile» al sostegno delle posizioni politiche del partito; e con toni insolitamente offensivi aggiunsero: «I socialdemocratici hanno contribuito in modo decisivo alla fondazione della prima democrazia tedesca e alla sua salvaguardia con tutte le loro forze, e lo hanno fatto anche accettando la divisione del movimento operaio» [23]
.
Note
[10] Si veda J. John, Das Bild der Novemberrevolution 1918 in Geschichtspolitik und Geschichtswissenschaft der DDR, in H.A. Winkler (ed), Weimar im Widerstreit. Deutungen der ersten deutschen Republik im geteilten Deutschland, München, Oldenbourg, 2002, pp. 43-84.
[11] F.R. Allemann, Bonn ist nicht Weimar, Köln - Berlin, Kiepenheuer & Witsch, 1956.
[12] S. Ullrich, Der Weimar-Komplex. Das Scheitern der ersten deutschen Demokratie und die politische Kultur der frühen Bundesrepublik 1945-1959, Göttingen, Wallstein, 2009.
[13] K.D. Erdmann, Die Geschichte der Weimarer Republik als Problem der Wissenschaft, in «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte», 3, 1955, pp. 1-19, qui p. 7.
[14] K.D. Erdmann (ed), Das Zeit der Weltkriege, in Gebhardt. Handbuch der deutschen Geschichte, IV, Stuttgart, Klett-Cotta, 1959, p. 85.
[15] E. Kolb, Die Arbeiterräte in der deutschen Innenpolitik 1918-1919, Düsseldorf, Droste, 1962.
[16] P. von Oertzen, Betriebsräte in der Novemberrevolution. Eine politikwissenschaftliche Untersuchung über Ideengehalt und Struktur der betrieblichen und wirtschaftlichen Arbeiterräte in der deutschen Revolution 1918/19, Düsseldorf, Droste, 1963; si veda anche, sul punto, P. Kufferath, Peter von Oertzen 1924-2008. Eine politische und intellektuelle Biografie, Göttingen, Wallstein, 20182, pp. 266-277.
[17] Der 9. November 1918. Materialien zur Ausgangslage der November revolution. Pubblicazione a cura del gruppo di lavoro «La situazione rivoluzionaria del 1918/19» (Republikanischer Club Westberlin, Berlino, novembre 1968), p. 1.
[18] E. Fraenkel, Rätemythos und soziale Selbstbestimmung. Ein Beitrag zur Verfassungsgeschichte der deutschen Revolution, in E. Fraenkel, Deutschland und die westlichen Demokratien, Stuttgart et al., Kohlhammer, 19735, pp. 69-100.
[19] S. Haffner, Die verratene Revolution. Deutschland 1918/1919, Bern et al., Scherz, 1969; edizione più recente: dello stesso autore, Die deutsche Revolution 1918/19, Reinbek b.H., Rowohlt, 2018; si veda anche W. Niess, Die Revolution von 1918/19 in der deutschen Geschichtsschreibung. Deutungen von der Weimarer Republik bis ins 21. Jahrhundert, Berlin - Boston, De Gruyter, 2013, pp. 489-494; come decisiva risposta ad Haffner cfr: L.-B. Keil - S.F. Kellerhoff, Lob der Revolution. Die Geburt der Demokratie in Deutschland, Darmstadt, Konrad Theiss Verlag, 2018.
[20] H. Potthoff, Aktion der Arbeiter und Soldaten gegen Obrigkeit und Militarismus, in «Vorwärts», 8 novembre 1968, p. 20.
[21] W. Brandt, Die Lehren aus einer verfehlten Revolution, ibidem, 9 novembre 1978, pp. 15 s.
[22] S. Woll, Rosa Luxemburg, gehaßt und verehrt, in «Berliner Stimme», 5 novembre 1988, p. 16.
[23] Rosa Luxemburg e i socialdemocratici. Un documento di lavoro dell’SPD berlinese, in D. Dowe (ed), Arbeit am Mythos Rosa Luxemburg: braucht Berlin ein neues Denkmal für die ermordete Revolutionärin?, Bonn, Historisches Forschungszentrum, 2002, pp. 25-30, qui pp. 29 s. (pubblicato la prima volta in «Der Tagesspiegel», 19 febbraio 1987).