Aris Accornero
Il lavoro come ideologia
DOI: 10.1401/9788815410511/c3
Coloro i quali rimpiangono la professionalità perduta non vogliono capire una cosa tremendamente semplice. Il taylorismo non ha degradato il lavoro, ha fatto di peggio: lo ha asservito, plagiato e «sussunto» come diceva Marx [40]
— entro un apparato capace d’impri
{p. 107}gionarlo. Ecco «rinnovazione decisiva, il passo verso la completa socializzazione del lavoro» [41]
.
Ciò nonostante, alcuni fra i più inflessibili critici di Taylor, come appunto Sohn-Rethel o anche Braverman, presentano curiose contraddizioni. Riconoscono che la sua opera, sconvolgendo le forme dello sfruttamento, ha materializzato il lavoro astratto di cui parlava Marx, portando quindi a maturità processi obiettivi del modo di produzione capitalistico; ma poi paiono dolersene e negano scientificità a innovazioni di tale portata, quasi che con esse fossero state tradite le regole del gioco e la storia avesse fatto un salto indietro. E d’altronde, con un lavoro non frantumato, non degradato, lo sfruttamento e il plusvalore sarebbero forse accettabili? Il fatto è che «una critica conseguente del taylorismo conduce sempre alla critica del lavoro salariato» [42]
.
Un’organizzazione scientifica del lavoro non è meno obiettiva né più perfida di una teoria del valore-lavoro. Negarlo, conduce solamente a suggerire l’impossibile preservazione di una «totalità» del lavoro, ora scomposta e mandata in frantumi. Inoltre elude il problema scientifico della misurazione-comparazione del lavoro: è possibile fabbricare prodotti in serie senza standardizzare il lavoro [43]
?
Insomma l’ingegner Taylor non c’entra. È un bersaglio sin troppo facile. La questione vera resta quanto siano conciliabili l’ideale del lavoro concreto-completo-complesso con la specializzazione, semplificazione ed irregimentazione capitalistica del lavoro. Secondo il mio modesto parere, sono in troppi a volere i vantaggi civili della grande produzione di massa, senza i costi sociali di una divisione spinta del lavoro. Ma, come ha detto la Simone Weil, «sarebbe troppo bello se i procedimenti più produttivi fossero anche, al tempo stesso, i più gradevoli» [44]
.

3. Le possibilità di autorealizzazione nel lavoro

All’altro polo del lavoro in frantumi che degrada la massa, c’è il lavoro indiviso che gratifica il singolo. E {p. 108}che queste siano la faccia negativa e positiva del lavoro, lo dice quel rivelatore che è la professionalità, giudicato infallibile perché la sua assenza o presenza segnala il grado di alienazione o di soddisfazione nel lavoro. Dal mestiere dipende se l’operaio è «intero», se il lavoro è «normale»; altrimenti è un operaio «parcellizzato», è un lavoro depauperato.
Questa beninteso, come fa notare P. Rolle [45]
, è la classica visione artigiana di Proudhon. Il movimento operaio non è certo rimasto indenne da questa eredità, che la cultura sociale francese ha assorbito con spirito invero acritico. Alfa ed omega del Lavoro, e della sua emancipazione, stanno in quel paradigma. «Quando si fa il processo al capitalismo, si offre l’immagine dell’operaio sprovvisto di tutto, anche della sua autonomia professionale [. . .]. Ma allorché si pensa alla società di domani, ci si volge verso quegli eroi manuali e autodidatti, verso coloro che hanno dato vita alla Prima internazionale» [46]
.
Nell’oleografia, c’è addirittura un tipo di figura operaia che esprime simbolicamente questa leadership promanante dalla professione. Nell’800, il primato spettava al tipografo: espressione, oltretutto, di ingiustizie propalate, di ideali predicati, di coscienze risvegliate. Tipografo era l’operaio Corbon, vice presidente dell’Assemblea nazionale francese del ’48, come pure Proudhon, Schapper, Hetherington, Maffi e altri personaggi dei primi movimenti operai. Nella prima metà del ’900 predomina invece la figura del tornitore, espressione ormai di una centralità industriale, dove il macchinismo faber domina i ruotismi meccanici. Tornitori erano stati dirigenti come Legien, Bebel, Gallacher e Kalinin.
Una variante socialista del tornitore era e rimane quella del fonditore, il cui volto munito di occhialoni sorride dalle pagine dei giornali sovietici, più come archetipo produttivo che come leader politico: ma ciò si spiega col modello di sviluppo imperniato sull’industria pesante. Una certa perifericità mantiene nel frattempo la figura del minatore, il cui stereotipo prevale soprat{p. 109}tutto nell’immagine letteraria — da Zola a Llewellyn alla Seghers — nonostante abbia dato personaggi di spicco come Hardie, Thorez, Stakhanov, Lewis.
Tentativi di prendere il sopravvento non sono potuti venire finora dai lavoratori manuali in camice bianco, che pure impressionano; né lo scettro poteva essere preso da quell’uomo senza qualità (professionali) che è l’operaio della catena. Evidentemente, sono oleografie difficili, l’una impopolare, l’altra impoetica. Cosicché viviamo anche una specifica crisi d’identità del lavoro operaio, dovuta alla sparizione od offuscamento o latitanza di élites professionali rappresentabili. (Se ne scorge il vuoto anche nella recente narrativa: due dei protagonisti operai di questi anni appartengono al terziario e al quaternario [47]
. Sono lontane le figure tradizionali dei «professionalizzati», e anche quelle più anonime dei senza mestiere) [48]
.
Il paradigma del lavoro, con oppure senza personalità-professionalità, è espresso bene da Braverman e da M. Haradtzy [49]
, i quali ripropongono nei loro saggi quell’incontro degli opposti che stava nelle opere autobiografiche della Weil, di Navel e di Mothé [50]
. Penso che la comune esperienza operaia possa spiegare i vivaci chiaroscuri dei loro contributi, e per questa stessa motivazione penso anche di capirli, benché si entri nei fatti personali.
Scriveva Braverman nell’introduzione del suo libro: «Questo mio passato di operaio di mestiere potrà forse indurre qualche lettore a concludere che io sono stato influenzato da un attaccamento sentimentale a un certo modo di lavorare ormai arcaico e sorpassato. È vero che mi è sempre piaciuto, e mi piace tuttora, il lavoro di tipo artigianale». Ma, aggiunge, «non vorrei con questo autorizzare a concludere che le mie opinioni sono influenzate dalla nostalgia per un’epoca cui non si può più tornare. Semmai sono dominate dalla nostalgia per un’epoca che non è ancora venuta, nella quale l’operaio potrà unire la soddisfazione artigianale per la consapevole e significativa padronanza del proprio mestiere alle meraviglie della scienza e all’ingegnosità della tecnica, e{p. 110} tutti potranno in qualche misura beneficiare di questa combinazione» [51]
.
Un passato analogo mi rende partecipe di questi stati d’animo. Dal banco di aggiustatore ho conosciuto il sottile piacere del lavoro fine, su disegno, quello che ti riserva il coordinamento d’opera e la messa a punto, che ti prende, ti assorbe, ti estenua, e non è nemmeno arcaico [52]
. Se non diventa una droga sociale, non credo ci sia per l’operaio da vergognarsi. (Non lo credo neppure nel caso opposto, giacché esiste un gusto altrettanto sottile, seppur non celebrabile, in certe mansioni ripetitive) [53]
. Ma questo, cosa c’entra con il lavoro dei più? Non solo bisogna dunque sapere ed ammettere che da questo piedistallo professionale, giudicare è meno facile. Bisogna altresì escluderlo come termine di paragone, inquantoché aristocratico.
Scrive Haradtzy: «Il lavoro abusivo dei cottimisti è fine a sé stesso, come ogni vera passione. Mira a procurarci una gioia profonda, tale da farci dimenticare gli affanni quotidiani: la gioia di un lavoro autonomo, non controllato. Attraverso il lavoro abusivo riconquistiamo il potere sulla macchina, la libertà dalla macchina; la competenza professionale è qui subordinata al senso della bellezza». E conclude sognando l’epoca del Grande Lavoro abusivo, allorché «produrremmo solo ciò di cui i lavoratori abusivi associati hanno bisogno, e lo produrremmo in maniera mille volte più efficiente di oggi» [54]
.
Senza aver maturato una lunga esperienza, ho tuttavia assaggiato anch’io il frutto proibito della fabbricazione in proprio, e della trafugazione senza lucro, di un oggetto finito e magari utile, in cui era stata peraltro profusa molta più perizia tecnica che senso estetico. E con questo? Lo si può mettere in versi, esaltare polemicamente, contrapporre al cottimo, e sta bene. Ma come ideale alternativo, questo lavoro è inconsistente ed ambiguo. Sussiste solo quale contrario, riguarda esclusivamente il singolo. Provatevi a proporre il lavoro abusivo come occupazione primaria: si sgonfierà subito.
Ma ecco appunto la caratteristica inconfondibile di {p. 111}questi lavori baciati dalla professionalità, sublimati nel mestiere: sono sempre per pochi. Non ne voglio a Braverman, alla cui memoria mi uniscono più cose nel sentire di quante ci potessero dividere nel pensare; e neppure ad Haradtzy, che comunque ha pagato col carcere il divario fra predizioni teoriche e realizzazioni pratiche del socialismo, a proposito del lavoro [55]
. Devo però ribadire per onestà che l’esaltazione del lavoro che piace è individualistica, è elitaria; è perfino estetizzante. I pochi che decantano ai molti le virtù del lavoro in nome del gusto che loro ci trovano: questo NON È GIUSTO; e non è corretto se assume veste scientifica. «Noi abbiamo la febbre del lavoro — scriveva L. Einaudi — perché per noi il lavoro non è fatica ma gioia, ma vita» [56]
: e parlava del lavoro intellettuale come professione. «I pochi possono ancora essere motivati nel loro impegno lavorativo se hanno chiarezza dei traguardi, i molti no»: lo afferma il più impegnato fra i dirigenti dell’azienda che forse ci ha maggiormente provato in Italia [57]
.
Dunque orgoglio e rimpianto del mestiere si possono capire, come fatti della propria vita, ma ci vuole anche l’autocoscienza di questo privilegio. Intanto, da dove viene. Viene da quella stessa divisione del lavoro che è così sommamente deprecabile per le conseguenze derivate agli altri. Non è colpa di chi ha un mestiere, certo, se c’è chi ne è privo. Ma se tutti ne avessero uno, non sarebbe più un mestiere. (Oppure si sarebbe realizzata la piena coincidenza fra divisione sociale e tecnica del lavoro). È questo privilegio che rende il sentimento del mestiere così simile a quella «concezione del lavoro come vocazione, quale la richiede il capitalismo» [58]
, a quel «culto del lavoro per il lavoro» [59]
, che in realtà equivale all’esaltazione del proprio giacché il beneficio individuale fa aggio sull’obbligazione collettiva. Come ricorda Garavini, «in questo mondo la spinta borghese alla distinzione individuale, alla differenziazione sociale, a superare personalmente l’appiattimento cui sono costrette le classi subalterne, ha forza in quanto si connette in primo luogo all’impegno nel lavoro, a una ideologia del
{p. 112} lavoro» [60]
. L’autorealizzazione nel mestiere compendia efficacemente tale spinta, che sfocia poi storicamente nelle aristocrazie del lavoro: sia quelle unioniste che videro «l’affermazione dell’interesse professionale dei lavoratori nettamente separato dal loro interesse di classe» [61]
; sia quelle proletarie la cui posizione era «materialmente più suscettibile di accogliere un progetto organizzativo-politico come quello dei Consigli operai, cioè di autogestione della produzione» [62]
.
Note
[40] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Firenze, La Nuova Italia, 1970, vol. II, p. 391.
[41] A. Sohn-Rethel, op. cit., p. 132. Anche per questo autore si può dire con M. Cacciari che «il problema dell’organizzazione del lavoro tende a risolversi [...] nella sua versione tayloristica pura»: cfr. Note intorno a «Sull’uso capitalistico delle macchine» di Raniero Panzieri, in «Aut Aut», n. 149-150, settembre-dicembre 1975, p. 191.
[42] P. Rolle, op. cit, p. 81. Infatti, «il taylorismo è una teoria solo se si prende il rapporto salariato come quadro di riferimento» (p. 73): cosa che pare oggi pressoché inevitabile.
[43] Sintetica e oltremodo appropriata la definizione data da T. Veblen nel 1904, ai primordi del taylorismo: «L’aggiustamento e l’adattamento reciproco delle varie parti e dei vari processi è uscito dalla categoria dell’abilità artigianale per entrare in quella della standardizzazione meccanica», La teoria dell’impresa, cit., p. 50. Una definizione ancora più acuta è quella di quindici anni dopo, che apre il cap. III de Gli ingegneri e il sistema dei prezzi, in Opere, Torino, UTET, 1969, p. 940. Parlando di «manifattura avanzata», C. R. Walker, R. H. Guest, L’operaio alla catena di montaggio, Milano, Franco Angeli, 1973, p. 48, aggiungono alla standardizzazione l’intercambiabilità.
[44] S. Weil, op. cit., p. 231.
[45] P. Rolle, op. cit., pp. 131-2.
[46] D. Mothè, Gli operai (Gli O.S.), Milano, Jaca Book, 1972, pp. 16-7. G. Navel, Travaux, Parigi, Stock, 1945, aveva scritto: «Il lavoro in sé non giustifica nulla. Il lavoro giustifica il carradore d’un villaggio».
[47] M. von Der Grun, Strada sdrucciolevole, Torino, Einaudi, 1977: P. Levi, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1978.
[48] Vedi per gli uni A. Sillitoe, Sabato sera, domenica mattina, Torino, Einaudi, 1961; L. Davi, Uno mandato da un tale, Torino, Einaudi, 1959; e per gli altri H. Swados, Alla catena, Milano, Feltrinelli, 1959; P. Volponi, Memoriale, Milano, Garzanti, 1962. Un prototipo a tutto tondo di élite classista professionalizzata e amante del lavoro, nella persona dell’operaio Granelli, è nel bel ritratto di G. Manzini, Una vita operaia, Torino, Einaudi, 1976.
[49] M. Haradtzy, A cottimo, Milano, Feltrinelli, 1978.
[50] S. Weil, op. cit.; G. Navel, Travaux, cit.; D. Mothè, Diario di un operaio 1956-1959, Torino, Einaudi, 1960 (vedi soprattutto il primo capitolo: quelli successivi, come pure le altre opere, privilegiano gli aspetti politici dell’esperienza).
[51] H. Braverman, op. cit., pp. 6-7. Questa frase andrebbe riletta da chi parla di un rilancio del concetto lukacsiano di «irriducibilità» operaia e di classe: E. Livraghi, Note in margine a Harry Braverman, in «Metropolis», n. 3, maggio 1979, p. 89.
[52] A. Touraine, L’evoluzione del lavoro operaio alla Renault, Torino, Rosemberg & Sellier, 1974, p. 105-6, dedica una bella pagina (non sentimentale...) a questo stereotipo, per il quale — scrive — «il lavoro non è anonimo».
[53] «Quando si ripete sempre la stessa cosa, c’è modo di pensare a sé stessi. A me piace la routine. Ci si può cullare in essa»: dichiarazione raccolta da Walker e Guest, op. cit, p. 99.
[54] M. Haradtzy, op. cit., pp. 131-6. Sono le medesime frasi citate da Heinrich Boll nella prefazione. Infatti colpiscono. Il solito antesignano, P. J. Proudhon, op. cit., pp. 703-4, scriveva a sua volta: «Sarebbe veramente un piacere se ciascuno lavorasse per sé stesso, se ciascuno fosse padrone delle proprie operazioni...».
[55] Ad Haradtzy, due volte vittima dell’ideologia del movimento operaio sul Lavoro, andrebbe dedicata la folgorante definizione di un marxista intelligente che non è più: «Il Capitalismo è un male che trova dinanzi a sé, non come sua ombra, ma ombra esso stesso di questa luce, il Socialismo», G. Pietranera, Capitalismo e economia, Torino, Einaudi, 1961, p. 47.
[56] L. Einaudi, Le lotte del lavoro, Torino, Einaudi, 1972, p. 198. Ma si veda la consapevolezza che anima l’intero articolo, del 1918, «Il governo democratico del lavoro». Non meno schietto mi pare questo brano d’intervista d’oggi: «Domanda. Vorrei che Silvio mi dicesse quale tipo di lavoro gli piacerebbe fare. Silvio. Lo storico. Domanda. Se ci fosse la possibilità di fare lo storico e questo lavoro ti impegnasse dodici ore (al giorno), lo faresti? Silvio. Sicuramente. Certo che non lo chiamerei più lavoro», in L. Annunziata, R. Moscati, Lavorare stanca, Roma, Savelli, 1978, p. 43. Cfr. il capitolo «Il lavoro, gli ozi e la nuova classe», in J. K. Galbraith, La società opulenta, Milano, Comunità, 1959, alle pp. 344-50
[57] G. Lunati, Il lavoro dell’uomo, Milano, Comunità, 1973, p. 53. Sull’esperienza politica Olivetti cfr. il saggio di G. Berta, Fra centrismo e centro-sinistra: Olivetti e il Movimento di Comunità, in «Studi storici», n. 3, luglio-settembre 1978; e su quella organizzativa, F. Butera, Crisi endogena del taylorismo, in La divisione del lavoro in fabbrica, cit., pp. 33 ss.
[58] M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, in Sociologia delle religioni, Torino, UTET, 1976, I, p. 141.
[59] A. Tilgher, Homo faber, Roma, Libreria di scienze e lettere, 1929, p. 57.
[60] S. Garavini, in Sindacato e questione giovanile, Bari, De Donato, 1977, p. 23.
[61] G. Berta, Marx, gli operai inglesi e i cartisti, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 42.
[62] Così S. Bologna, in Operai e stato, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 15-16. In questo studio sulla composizione di classe nella Germania rivoluzionaria, viene sottolineato l’aziendalismo delle avanguardie qualificate, già rilevato con acutezza da G. Briefs, Sociologia industriale, a cura di D. De Masi, in «Sociologia dell’organizzazione», n. 1, giugno 1973, p. 94. Cfr. altresì Regini e Reyneri, op. cit., p. 89, dove è messa in risalto anche per l’Italia la propensione dei militanti operai più qualificati «ad identificarsi nell’azienda».