Christoph Cornelissen, Gabriele D'Ottavio (a cura di)
La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità
DOI: 10.1401/9788815370228/c8
Occorre inoltre ricordare che la Costituzione non conferiva alcun chiaro mandato a modificare lo status giuridico della donna nell’ambito del diritto civile (BGB, Bürgerliches Gesetzbuch). I contrasti esistenti tra le norme del codice civile in materia di diritto matrimoniale (ivi compreso il divorzio) da una parte, e l’articolo 119 dall’altra non spinsero ad attuare alcun tipo di riforma dal momento che l’articolo 109 si limitava a stabilire la parità tra uomini e donne sotto il profilo dei «fondamentali diritti e doveri civici»: una chiara sottolineatura che stava a significare ex negativo che la condizione di subordinazione della donna nel matrimonio fissata nel codice civile non poteva essere né riformata né modificata. Anche nella Repubblica di Weimar era solo il marito che (sotto il profilo giuridico) prendeva le decisioni in merito a
{p. 201}tutte le questioni che «riguardavano la comune vita matrimoniale» (§ 1354 BGB); inoltre era il solo che aveva il diritto di decidere in materia contrattuale (§ 1356 BGB) e, oltre ad avere anche il diritto di usufrutto sui beni della moglie (§ 1363 BGB), poteva anche decidere da solo, anche contro il volere della moglie, in merito all’educazione dei figli (§ 1364 BGB). Il contrasto di queste disposizioni con l’articolo 119 in cui, oltre a definire il matrimonio come un’istituzione posta «sotto la speciale protezione della Costituzione», si affermava espressamente che esso era fondato sull’«uguaglianza dei due sessi» non poteva essere più eclatante, ma era accettato dalla maggioranza del corpo sociale. Inoltre, la minoranza delle deputate (e di alcuni deputati) interessata ad una radicale riforma della condizione giuridica delle donne avrebbe avuto bisogno di molto più tempo oltreché di un duraturo sostegno politico e sociale per poter raggiungere i suoi obiettivi. Condizioni entrambe assenti a causa della limitata durata della Repubblica weimariana. Anche negli anni caratterizzati da una relativa stabilizzazione politica – dal 1924 allo scoppio della crisi economica mondiale nel 1929 – i progetti di riforma di socialdemocratici e liberali non poterono mai contare su un sufficiente appoggio parlamentare. A ciò si aggiunga che in quegli stessi anni l’SPD fu più all’opposizione che al governo. Fu invece la DNVP (il partito popolare nazionale tedesco), un partito conservatore e di orientamento parzialmente völkisch, a fare più volte parte del governo (gabinetto Luther: gennaio 1925-gennaio 1926, gabinetto Marx: febbraio 1927-giugno 1928). Durante la sua partecipazione al governo la DNVP condusse una vera e propria guerra culturale contro i progetti di riforma di socialdemocratici e liberali, per esempio in ambito scolastico, dove il partito prese con successo posizione contro la «scuola secolare»: posizione che gli valse il pieno appoggio dell’associazione dei genitori evangelici, che poteva contare su più di due milioni di membri. Infine, anche l’elezione di Hindenburg a presidente del Reich nel 1925 rese evidente che la maggioranza delle elettrici e degli elettori era molto conservatrice e non era certo sulla stessa lunghezza d’onda di socialdemocratici e liberali. I famosi e moderni milieu culturali presenti nelle più grandi città tedesche, così come la stessa, notissima {p. 202}Staatliches Bauhaus, non dovrebbero quindi far dimenticare che la cultura politica e soprattutto il modo di pensare della maggioranza della popolazione non erano molto progressisti. Certo, soprattutto con riguardo alle relazioni di genere si discuteva molto, ma pochi furono i cambiamenti non effimeri in direzione dell’uguaglianza. Al contrario: le discussioni in merito alla desiderata gerarchia di genere erano più un segno di esperienze di crisi che un’indicazione di reale cambiamento.
Una causa ulteriore dello scarso successo che ottennero le proposte di riforma provenienti dalle donne impegnate in politica risiedeva da un lato nella limitazione del raggio d’azione a «temi tipicamente femminili», e dall’altro nei profondi contrasti ideologici esistenti tra destra e sinistra. Le parlamentari si concentravano in particolare su questioni concernenti l’assistenza sociale, il lavoro minorile, la tutela della moralità e le questioni professionali, con particolare riguardo alle lavoratrici, comprese quelle a domicilio, e alle casalinghe; si battevano inoltre per ulteriori riforme nel campo dell’istruzione di donne e ragazze. Tutti temi già discussi a partire almeno dalla metà del XIX secolo dai movimenti femminili, le cui richieste di riforma avrebbero dovuto essere finalmente tradotte in realtà dalla Repubblica weimariana. Erano questi i temi che costituivano il cuore e l’ambito privilegiato dell’attività delle donne parlamentari. Condivise e portate avanti da parlamentari appartenenti a gruppi diversi, alcune tematiche socialmente rilevanti, soprattutto quelle relative a gruppi di donne bisognose di aiuto (ad esempio nel caso del sostegno alla maternità) o quelle relative alla tutela dei minori, trovarono positiva accoglienza sul piano legislativo. Ma in tutti gli ambiti più direttamente collegati a diverse e controverse visioni del mondo, anche con riguardo a queste «questioni femminili» le donne non riuscirono ad adottare una comune linea d’azione a causa delle contrapposizioni politiche [12]
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Una causa ulteriore della ridotta portata delle richieste di riforma risiede nel chiaro divario tra le posizioni dei gruppi dirigenti socialdemocratici e liberali da un lato e, dall’altro, quelle delle loro rispettive basi elettorali: divario che non a caso emergeva quando si affrontavano tematiche legate alla condizione femminile, come per esempio nel caso dei diritti delle donne lavoratrici sposate. Era ampiamente diffusa nella società la convinzione che in caso di dubbio alle mogli non spettasse alcun posto di lavoro dal momento che esse erano già «mantenute». Concetti come quello del «doppio reddito» fecero la loro comparsa la prima volta nel 1919 e nel corso degli anni Venti vi si fece più volte ricorso contro le donne lavoratrici ogni volta che scoppiava una crisi economica. Una linea di condotta che risulta particolarmente evidente nel caso delle donne sposate che svolgevano un lavoro impiegatizio statale. L’articolo 128 della Costituzione weimariana affermava a chiare lettere che dovevano considerarsi «abolite tutte le norme di eccezione nei confronti delle donne impiegate», con il risultato, tra l’altro, che il matrimonio di una impiegata non era più motivo di licenziamento, come avveniva abitualmente ancora nel 1918.
Nel 1923, in piena crisi economica, il governo Stresemann emanò, nel quadro di una limitata legge sui pieni poteri, un decreto legislativo sulla riduzione del personale che prevedeva il licenziamento delle impiegate statali sposate. Così, in aperto contrasto con il dettato dell’articolo 128 della Costituzione, le donne impiegate dovettero nuovamente sottostare ad una «norma di eccezione» che oltre tutto le privava di diritti sociali come ad esempio il diritto alla pensione. La questione venne nuovamente affrontata dal Reichstag nel 1925. Nell’occasione venne proposto che alle impiegate licenziate venisse corrisposta una somma a titolo di indennità e che la «norma di eccezione» prevista per le donne impiegate nella pubblica amministrazione rimanesse in vigore fino al marzo del 1929 – ma la proposta venne rigettata su iniziativa delle stesse parlamentari [13]
. Questa {p. 204}evidente discriminazione ai danni delle donne sposate che lavoravano venne apertamente condannata non solo dai movimenti femminili socialdemocratici e liberali ma anche dai dirigenti dell’Allgemeiner Deutscher Gewerkschaftsbund (ADGB, Federazione sindacale tedesca), anche se, occorre sottolinearlo, in alcune zone la base sindacale mostrò di avere, in merito, opinioni assai diverse. Dalle vicende legate a questa questione si può capire che le idee conservatrici in tema di riconoscimento della parità di genere continuavano ad essere molto diffuse nella società (oltre che recepite sul piano legislativo) e soprattutto nei periodi di crisi costituivano l’argomento che più veniva utilizzato contro la parità di diritti delle donne.

3. Uguaglianza: un compito politico e culturale

Considerando dunque l’ambito di attività costituito dalla parità di diritti tra uomini e donne, si può sostenere che la Costituzione di Weimar era una costruzione difettosa, deficitaria e inutilizzabile? Alla luce della situazione esistente nel periodo di cui si parla e del contenuto stesso della Costituzione, una interpretazione del genere non sarebbe appropriata. Con riguardo alla parità di diritti delle donne, in realtà, la Costituzione weimariana poneva i presupposti per procedere sulla strada delle riforme e del cambiamento, anche se mancavano espliciti riferimenti in tal senso. Le donne impegnate in politica colsero perfettamente questo aspetto e cercarono anche, nel breve periodo della repubblica e quindi di operatività di un libero Parlamento, di assumere iniziative al riguardo. Ma questo compito riformatore non venne condiviso né dalla maggioranza del Reichstag né dalla società nel suo complesso, dal momento che esso non era in sintonia con il comune sentire riguardo a ruoli e compiti di uomini e donne. A ciò si aggiunga che l’orientamento conservatore della politica e della società durante la Repubblica di Weimar non emerse solo in relazione alla questione della parità tra uomini e donne. In realtà, non solo questa ma anche tutte le altre battaglie culturali che si combatterono negli anni della Repubblica di Weimar vennero vinte dai conservatori, e la causa di ciò non risiedeva {p. 205}nella Costituzione, e in ogni caso non solo in essa, bensì nei rapporti politici di maggioranza e nella cultura politica allora prevalente.
Come è noto, dalle vicende successive in tema di parità di diritti, ad esempio da quel che è avvenuto dopo l’entrata in vigore della Legge Fondamentale della Repubblica federale tedesca, risulta chiaramente che c’è voluto molto tempo per tradurre in atti concreti quanto già era stato formulato nella Costituzione weimariana, e questo nonostante formulazioni diverse e chiare indicazioni operative. Nella Repubblica federale tedesca solo una successiva liberalizzazione della società e della cultura politica, frutto non solo dei cambiamenti intervenuti a livello sociale ed economico ma anche a livello di strutture familiari, ha contribuito a fare in modo che in tema di parità di genere si potessero registrare miglioramenti sia sul piano sociale che su quello giuridico. Anche l’esempio della Costituzione e della società della DDR mostra che un forte intervento politico può certo influenzare il rapporto tra uomini e donne nel mondo del lavoro e dell’educazione, ma che interventi del genere sono accompagnati solo da un limitato cambiamento della codificazione culturale in tema di rapporti tra i sessi (e nella vita quotidiana delle famiglie). Si può quindi affermare che la Costituzione di Weimar ha rappresentato un buon punto di partenza in direzione della piena uguaglianza di genere o per lo meno ha contribuito a porre le premesse perché si potesse procedere in tal senso in futuro. Da questa prospettiva, quindi, il suffragio femminile va interpretato più che altro come il punto di arrivo di un discorso politico avviato nel XIX secolo. In ogni caso, esso non aprì la strada ad ulteriori cambiamenti sociali e giuridici, che comunque non avevano alcuna possibilità di concretizzarsi dal momento che per questo sarebbero state necessarie una situazione politica stabile e di segno social-liberale, una maggior presenza delle donne (giuriste) in politica, una società pronta alle riforme ma anche più tempo per realizzarle e sottoporle a verifica tramite gli organi giurisdizionali, e presumibilmente anche una migliore situazione economica. Tutti fattori che come è noto mancarono nella prima repubblica tedesca.
Note
[12] R. Deutsch, Parlamentarische Frauenarbeit, seconda edizione ampliata arricchita di un addendum, Gotha Stuttgart, F.A. Perthes, 1924, e, della stessa autrice, Parlamentarische Frauenarbeit II. Aus den Reichstagen von 1924-1928, Berlin, Herbig, 1928.
[13] Verhandlungen der Verfassunggebenden Deutschen Nationalversammlung, vol. 387, 101a seduta, 24 luglio 1925, Berlin 1925, pp. 3469-3481, 3498-3501.