Lavinia Bifulco, Maria Dodaro (a cura di)
Quale welfare dopo la pandemia?
DOI: 10.1401/9788815412003/c4

Capitolo quarto Forme di solidarietà in pandemia tra logica umanitaria e giustizia ecosociale
di Carlotta Mozzana

Notizie Autori
Carlotta Mozzana è professoressa associata in Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Milano-Bicocca. Si occupa di conoscenza e quantificazione nelle trasformazioni dell’azione pubblica, politiche sociali, cambiamenti socio-istituzionali del welfare, processi di capacitazione, forme della cittadinanza. Su questi temi ha scritto diversi articoli e il volume Welfare, capacità e conoscenza. Le basi informative dell’azione pubblica (2020). Fa parte del Laboratorio Welfare Pubblico.
Abstract
Questo capitolo è dedicato alle trasformazioni della solidarietà sociale. Partendo da una riflessione su forme, concezioni e pratiche della solidarietà emerse durante la pandemia, lʼautrice si concentra poi sul rapporto tra individuale e collettivo, sottolineando il carattere necessario della solidarietà. Dalla disamina complessiva emerge come la pandemia abbia rilevato due principali livelli dʼazione della solidarietà, in tensione fra loro: quello istituzionale e quello emergenziale.

1. Introduzione

La pandemia da Covid-19 ha fatto emergere alcune questioni e problemi che caratterizzano le nostre società, tra cui le importanti e sempre più consolidate disuguaglianze socioeconomiche che negli ultimi decenni si sono peraltro fortemente radicalizzate [Piketty 2014]. Durante il lockdown e nel periodo successivo, la crisi sociale che è seguita alla crisi sanitaria ha spinto una parte rilevante della popolazione, che già si trovava in situazioni di precarietà economica e sociale, in condizioni di vulnerabilità marcata: la povertà assoluta è aumentata nel 2020 sia tra i singoli cittadini (dal 7,7% nel 2019 al 9,4%) che tra le famiglie (dal 6,4% del 2019 al 7,7%), e la situazione non è cambiata nel 2021, quando più di 1,9 milioni di famiglie si sono trovate in condizioni di povertà assoluta (7,5% del totale) per un totale di circa 5,6 milioni di persone (il 9,4% della popolazione totale) [ISTAT 2021; 2022]. Nel 2022 è rimasta stabile la popolazione a rischio di povertà (il 20,1% del totale) ma sono aumentate le disuguaglianze: il reddito totale delle famiglie economicamente meglio attrezzate è stato 5,6 volte quello delle famiglie povere, un rapporto che sarebbe stato peggiore (6,4 volte) in assenza di interventi rivolti alle famiglie [ISTAT 2023]. Per quanto le disuguaglianze di reddito non siano peggiorate in modo consistente in questo periodo soprattutto per l’intervento pubblico in merito, le diverse forme di disuguaglianza (di ricchezza, di accesso ai diritti, di opportunità) che evidenzia Granaglia (supra) mettono in {p. 70}luce la fragilità del sistema nel suo complesso e i rischi di penalizzazione per chi sta peggio.
I processi di erosione del welfare erano infatti già in atto da tempo per effetto delle restrizioni sulla spesa sociale e per le trasformazioni economiche e sociali degli anni recenti, che in Italia hanno ulteriormente indebolito il quadro dei diritti sociali. I processi di marketization del welfare pubblico hanno spinto verso la riduzione del personale, l’aumento delle esternalizzazioni, l’ingresso di attori economici in alcuni settori (quelli a più alto margine di profitto) e la residualizzazione dei settori meno economicamente rilevanti, con la nascita di forme d’azione basate sull’ibridazione tra logiche economico-finanziarie e logiche solidaristiche [Crouch, Eder e Tambini 2001]. Un’ampia fetta della popolazione viveva quindi in condizioni di fragilità già all’arrivo della pandemia [Saraceno, Benassi e Morlicchio 2020], situazione aggravata dalle politiche di austerità varate a seguito della crisi economico-finanziaria del 2007-2008, che hanno limitato la capacità di intervento dei sistemi di welfare rispetto ai processi di impoverimento [Pavolini, Sabatinelli e Vesan 2021], e dalla frammentarietà del sistema di welfare nel suo complesso [Kazepov e Barberis 2013]. Questo quadro è stato parzialmente compensato dall’introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà (reddito d’inclusione prima e reddito di cittadinanza dal 2019); tuttavia le criticità connesse alla sua implementazione e al suo disegno (come la scarsa integrazione tra servizi sociali territoriali e centri per l’impiego, le scale di equivalenza che hanno penalizzato le famiglie numerose, i criteri di accesso che a loro volta hanno limitato le possibilità di accesso alla misura per le persone straniere, ma anche la scarsa capacità di supportare le esperienze lavorative per la presenza di un’aliquota marginale molto elevata) [Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 2021] ne hanno limitato la portata.
È in questo contesto che arriva la pandemia, che ha reso visibili i limiti del sistema capitalistico in generale e quelli del sistema di welfare in particolare, messo alla prova dalla moltiplicazione dei bisogni e dei rischi sociali per fasce di popolazione più ampie e diversificate del previsto. Una situa{p. 71}zione che ha contribuito a ridisegnare l’intervento e il ruolo dello Stato, che ha attivato diverse misure straordinarie di sostegno alla popolazione [ibidem], ma anche a evidenziare la capacità di azione di iniziative solidaristiche avviate in molti contesti per far fronte all’emergenza [Sampugnaro e Santoro 2021; Bernardi 2021; Bifulco, Dodaro e Mozzana 2022; Zamponi 2023].
Attraverso l’analisi delle forme di solidarietà che sono emerse in questo periodo e di come queste sono entrate in relazione con i sistemi locali di welfare istituzionali, nel capitolo verranno affrontati rischi e opportunità che si profilano in termini di riorganizzazione dei diritti sociali e della loro esigibilità, guardando sia ai tratti di persistenza di alcuni interventi di policy, ma anche a come prende forma il ruolo di alcuni attori che si affacciano in modo nuovo sulla scena della solidarietà (Bifulco e Dodaro, supra). Attraverso il concetto di proprietà sociale di Robert Castel [2004], verranno quindi ricostruiti i tratti essenziali delle modalità con cui si sono attivate forme di solidarietà in pandemia, con un’attenzione particolare agli attori che hanno preso parte a queste iniziative e alle logiche d’azione che le hanno caratterizzate. Da un lato, a partire dalle riflessioni di Didier Fassin sulla logica umanitaria [2019], si avanzerà un’analisi relativa alle trasformazioni che l’ingresso di questo genere di prospettiva nel campo del welfare può implicare, evidenziandone i rischi; dall’altro, riprendendo il tema della giustizia ecosociale e delle sue declinazioni in termini di welfare, verranno messe in luce alcune opportunità in termini di ripensamento della cittadinanza sociale, guardando soprattutto a come un dibattito sulle trasformazioni del welfare non possa prescindere dalla questione ecologica.

2. Forme di solidarietà in pandemia

Sono due i livelli delle forme della solidarietà emerse in pandemia che verranno analizzati in questo capitolo: da un lato il rinnovato ruolo dello Stato centrale – cioè della solidarietà istituzionalizzata; dall’altro quello delle {p. 72}forme di solidarietà spontanea che sono nate nei territori. L’idea sottostante è che la loro combinazione stia dando luogo a forme di coordinamento e di interazione che o contribuiscono a ridisegnare il quadro di policy complessivo e a ridefinire le modalità con cui può essere ripensato il rapporto tra individuo e collettività, come si discuterà nel paragrafo successivo.

2.1. Un rinnovato ruolo dello Stato…

Per quanto riguarda il primo livello, la pandemia ha indubbiamente impattato sulla cornice di policy attribuendo allo Stato centrale un ruolo più forte e preminente nel sostenere la platea di persone messe in crisi dalla situazione pandemica, sia nella fase emergenziale che in quella successiva; rispetto a questo peraltro non bisogna dimenticare il ruolo cruciale giocato dalle istituzioni europee, che hanno aperto una nuova «via» di solidarietà sovranazionale con l’adozione del programma Next Generation EU a cui è seguita la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza [Lionello 2021].
In generale, le misure emergenziali adottate hanno avuto un ruolo rilevante nel rallentare in modo significativo la crescita della povertà assoluta e l’incidenza di quella relativa [Baldini e Scarchilli 2021], nonostante alcuni limiti anche strutturali degli interventi stessi, connessi sia alla loro capacità di raggiungere i potenziali beneficiari [Pianta, Lucchese e Nascia 2021; Renga 2021] che alle modalità con cui le forme di sostegno al reddito sono state erogate (su questo emerge la questione della digitalizzazione e semplificazione delle pratiche, necessarie soprattutto a causa della situazione pandemica, ma che si sono scontrate con una macchina amministrativa farraginosa e con un contesto caratterizzato da un importante digital divide e una limitata cultura informatica) [1]
.{p. 73}
La prima misura economica nazionale è stata il decreto «Cura Italia», che ha previsto una spesa di circa 25 miliardi di euro e ha interessato i lavoratori dipendenti, con il blocco dei licenziamenti e l’estensione della CIG [Barbieri e Guarascio 2021], e i lavoratori autonomi con un bonus di 600 euro [2]
. Queste misure però si sono rivelate insufficienti rispetto ai lavoratori con contratti precari o in nero, che sono stati man mano inclusi nei decreti successivi, tra cui il decreto «Rilancio» del 19 maggio 2020, che ha alzato il bonus a 1.000 euro e ha esteso la platea dei beneficiari. Col protrarsi dello stato di emergenza, l’indennità è stata poi variamente modificata e reiterata, fino ad arrivare a un sostengo di 2.400 euro complessivi [3]
coi decreti «Sostegni 1» e «Sostegni 2» di marzo e maggio 2021. A maggio 2020 è stato poi introdotto anche il reddito di emergenza, per l’impossibilità delle misure previste e del reddito di cittadinanza di sostenere tutte le famiglie che si trovavano in condizioni di povertà a causa del lockdown: nato come forma di sostegno al reddito di tipo emergenziale (con una variabilità tra i 400 e gli 800 euro), è stato poi rinnovato nei successivi decreti per diverse mensilità (nove in totale).
Sul fronte dei servizi, Pavolini, Sabatinelli e Vesan [2021] mettono in luce come anche qui l’intervento pubblico sia stato sostanziale e abbia avuto diverse modalità: una più «routinaria», legata soprattutto alla prima fase della pandemia, che ha ricalcato il tradizionale repertorio degli strumenti di policy e che ha implicato un aumento di finanziamenti; una seconda invece «temporanea», che ha riguardato interventi in cui sono state introdotte novità ma limitate nel tempo, come soluzioni di breve periodo,
{p. 74}relative soprattutto alle trasformazioni delle modalità di lavoro e chiusura/apertura di servizi specifici; e una terza più strutturale, che ha previsto strumenti, obiettivi e target di beneficiari nuovi, sostanzialmente avviata con il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Note
[1] L’Italia si colloca nel 2021 ancora al 18esimo posto fra i paesi dell’Unione Europea (UE) relativamente all’indice DESI (Digital Economy and Society Index), che considera, tra le altre cose, le competenze digitali e l’uso di Internet da parte della popolazione, l’infrastrutturazione digitale presente nel paese e la digitalizzazione dei servizi pubblici [European Commission 2022].
[2] Il decreto «Cura Italia» prevedeva anche il bonus baby-sitting per famiglie con figli a carico minori di 14 anni.
[3] Indennità corrisposta per autonomi, co.co.co., stagionali e somministrati del turismo e degli stabilimenti termali, intermittenti, parasubordinati e altri stagionali.