Alessandro Sicora, Silvia Fargion (a cura di)
Costruzioni di genitorialità su terreni incerti
DOI: 10.1401/9788815411365/c5

Capitolo quinto Riconoscere l’unicità della persona. Le sfide del servizio sociale in contatto con «superdiversità» e intersezionalità
di Salvatore Monaco e Alessandro Sicora. Pur nell’ambito di una riflessione comune, i paragrafi 1, 2, 5, 6 e 7 sono stati elaborati da Alessandro Sicora, mentre i paragrafi 3 e 4 da Salvatore Monaco

Notizie Autori
Salvatore Monaco insegna Sociologia generale e Infanzia, famiglie e generi presso la Libera Università di Bolzano. È autore, tra l’altro, di Tourism, Safety and Covid-19 (New York, 2021) e Omosessuali contemporanei. Identità, culture, spazi LGBT+ (con F. Corbisiero, Milano, 2021).
Notizie Autori
Alessandro Sicora insegna Servizio sociale presso l’Università di Trento. È autore, tra l’altro, di Emozioni nel servizio sociale. Strumenti per riflettere e agire (Roma, 2021) e curatore di Shame and Social Work: Theory, Reflexivity and Practice (con E. Frost, V. Magyar-Haas e H. Schoneville, Bristol, 2020).
Abstract
Il presente capitolo è incentrato sullʼimportanza del riconoscimento dellʼunicità della persona, sia dal punto di vista etico, che da una prospettiva tecnico-operativa. Gli autori introducono quindi i concetti di intersezionalità e di superdiversità, necessari per lʼapplicazione da parte dei servizi sociali di un approccio riflessivo, consapevole delle complessità delle storie di vita dei genitori e che contrasti la tendenza alla standardizzazione.

1. Introduzione

Uno dei principi cardini del servizio sociale è quello dell’unicità della persona. Tale concetto implica il riconoscimento che ogni individuo è caratterizzato da una combinazione complessa e irripetibile di specificità e qualità. Ogni categorizzazione ed etichettamento di un essere umano appare un’operazione tanto cognitivamente comprensibile, in quanto volta a ridurre la complessità della realtà, quanto eticamente e metodologicamente discutibile. È giusto considerare una persona uguale all’altra? «Funzionano» gli interventi di aiuto basati sulla standardizzazione applicata sia alla valutazione della situazione-problema di cui è portatrice la persona sia all’erogazione dei servizi? È realisticamente praticabile un approccio che vada oltre a veloci, facili e burocraticamente compatibili categorizzazioni restituendo a ogni individuo l’unicità e l’irripetibilità anche dei suoi bisogni e delle sue capacità e risorse?
Questo capitolo intende proporre alcune riflessioni attorno a questi quesiti con specifico riferimento ai temi della genitorialità e del servizio sociale emerse dalle interviste a genitori e assistenti sociali raccolte nel corso della ricerca più volte citata in questo volume. Cosa vuol dire essere genitore in interazione con assistenti sociali che intervengono in situazioni di separazioni conflittuali, povertà, migrazioni forzate e molteplici identità di genere e orientamenti sessuali? In che modo si può sfuggire al rischio che l’etichetta «genitore», quale designazione di comodo per classificare semplicisticamente una persona, impedisca il riconoscimento delle specificità delle situazioni e l’attivazione di processi di aiuto personalizzati e non standardizzati? Il punto di vista delle decine di persone intervistate per esplorare i temi della genitorialità su terreni incerti offre spunti di riflessione di particolare interesse per {p. 132}comprendere meglio la rilevanza del riconoscimento dell’unicità della persona in ogni campo d’azione del servizio sociale.
Nei capitoli precedenti sono stati focalizzati elementi comuni emersi nelle interviste di genitori e assistenti sociali. Tuttavia, parlare di genitorialità in condizioni di incertezza significa riferirsi a un universo variegato, al cui interno coesistono situazioni assai differenziate tra di loro, dal momento che le soggettività e le configurazioni relazionali assumono tratti distintivi che le rendono uniche. Pur vivendo sfide comuni, i genitori possono trovarsi a fronteggiare situazioni e sfide specifiche nel loro quotidiano, risultanti dall’intersezione tra la loro condizione (essere in alta conflittualità, in difficoltà economiche, aver vissuto situazioni di migrazione forzata o appartenere a minoranze sessuali o di genere) e molti altri fattori sociodemografici.
In tale contesto, il servizio sociale, proprio alla luce del principio cardine dell’unicità, è chiamato a intercettare i bisogni specifici per capire quali possano essere gli interventi più appropriati da implementare senza escludere aspetti rilevanti, entro la cornice di una pratica riflessiva più consapevole anche dei vincoli cognitivi e di tipo amministrativo.
Per meglio comprendere il punto di vista dei genitori e la capacità di riconoscimento delle diversità da parte degli assistenti sociali, questo capitolo propone una lettura dei dati emersi dalla ricerca sul campo facendo propri i concetti dell’intersezionalità e della superdiversità per giungere ad affermare con forza la necessità di un approccio di intervento riflessivo capace di alimentarsi dalla più ampia gamma di fonti di conoscenza disponibili.

2. L’unicità della persona come principio cardine del servizio sociale

Cos’è un essere umano, ogni essere umano, se non un intreccio complesso di corpo, psiche, appartenenze sociali, punti di vista sul mondo e spiritualità che interagiscono tra di loro e con tutto ciò che vi è al di fuori? Il Codice deontologico italiano fa propria la risposta pienamente positiva a tale quesito al pari degli analoghi codici di altri paesi che si muovono sulla stessa lunghezza d’onda (ad es., l’Australia [Australian Association of Social Workers 2010] e gli Stati Uniti [National Association of Social Workers 2021]), affermando all’art. 8 che: «l’assistente sociale riconosce la centralità e l’unicità della persona in ogni intervento; considera ogni individuo anche dal punto di vista biologico, psicologico, sociale, culturale e spirituale, in rapporto al suo contesto di vita e di relazione» [CNOAS 2020].
Il riconoscere che ogni persona è unica e irripetibile porta a evidenziare in senso positivo le differenze tra gli esseri umani. Il valore dell’unicità viene bilanciato da quello dell’uguaglianza che enfatizza il diritto di ognuno a vedersi garantiti gli stessi diritti degli altri, nonché a vedersi riconosciute pari {p. 133}dignità e possibilità di sviluppo personale, nonostante eventuali condizioni avverse [Neve 2009].
Pieroni e Dal Pra Ponticelli [2005] riconoscono l’importanza del valore dell’unicità della persona nel servizio sociale, che si sostanzia nell’essere ogni individuo irripetibile e quindi differente da tutti gli altri per diverse configurazioni di elementi personali, familiari e sociali e per differenti percorsi di vita:
Unicità sta a significare diversità tra gli esseri umani, ma le differenze vanno considerate, e quindi affrontate, in modo diversificato a seconda che si tratti di differenze naturali, non eliminabili, o di differenze sociali, le quali invece devono essere eliminate o, quantomeno, il più possibile ridotte per poter garantire a tutti l’equità delle opportunità. (…) L’equità dell’opportunità va intesa non soltanto come tentativo di compensare le differenze nelle condizioni di partenza, ma anche come tentativo di garantire, a coloro che non hanno la possibilità di farcela da soli, i mezzi che di volta in volta e secondo le necessità, possono offrire loro la possibilità di riprendere il controllo della propria vita [ibidem, 179-180].
Come sostiene Pray [1991] in uno dei rari lavori specificamente focalizzati su tale tema, la tensione tra il principio dell’unicità della persona e la necessità di utilizzare delle categorie concettuali per ridurre la complessità della realtà delle persone utenti è presente nel servizio sociale sin dal suo inizio. In Principi e metodi di servizio sociale di Friedlander [1958], uno dei testi chiave su cui si sono formate generazioni di assistenti sociali negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo dagli anni Cinquanta in poi, viene enfatizzato il principio dell’individualizzazione, logica conseguenza del valore dell’unicità della persona, secondo il quale «l’assistente sociale cerca di prendere contatto con ciascun cliente e di aiutarlo vedendolo sempre come “individuo”, e cioè come persona che si trova in una situazione formata da una combinazione irripetibile di forze biologiche, psicologiche e sociali» [ibidem, 97].
Il valore dell’unicità della persona, insieme al rispetto per tutte le diversità, si sostanzia, infatti, nei principi della personalizzazione, individualizzazione e particolarizzazione, annoverati da Neve [2017], tra i fondamenti etico-filosofici del servizio sociale. Partendo dal riscontrare una maggiore attenzione a questi temi da parte di autori italiani piuttosto che stranieri, pur riconoscendo alcune eccezioni e richiamando la definizione internazionale di servizio sociale [International Association of Social Workers, IFSW e International Association of School of Social Work, IASSW 2014] quando afferma la necessità di non negare le diversità culturali, sociali e individuali delle persone utenti, l’autrice attribuisce a Dal Pra Ponticelli [1987] l’introduzione del termine «particolarizzazione» inteso quale sinonimo di individualizzazione. A partire da questi due concetti, Bianchi [1985] sviluppa più ampiamente la nozione di personalizzazione che incorpora l’idea secondo la quale la persona utente non è mero oggetto dell’intervento d’aiuto ma è, all’interno di questo, soggetto attivo. Ciò viene ritenuto importante anche per sfuggire al rischio di {p. 134}identificare la persona con i suoi problemi, senza considerare le sue capacità e risorse, e di cadere in forme di paternalismo assistenzialistico. Le rigidità procedurali (ed etichettanti) degli enti all’interno dei quali gli assistenti sociali lavorano possono porre dei limiti importanti alla concreta realizzazione di tali principi. Ciò avveniva nel passato, prima delle riforme degli anni Settanta, quando i grandi enti nazionali dominavano la scena italiana del welfare e ciò si ripropone nel presente dominato da derive neoliberistiche e managerialistiche. Queste fanno apparire più semplice e utile erogare denaro o pacchetti di servizi preformati piuttosto che impostare un intervento d’aiuto basato su una valutazione della situazione-problema e delle risorse disponibili che tenga conto dell’unicità e irripetibilità della persona [Fargion 2009].
L’idea che l’unicità della persona significhi che ognuno rappresenta una tipologia a sé potrebbe apparire eccessiva e capace di inficiare ogni processo deduttivo (ovvero l’utilizzo di principi generali e categorizzazioni per spiegare fenomeni particolari, quali le condizioni di una specifica persona) di comprensione della realtà. Come verrà meglio argomentato più avanti, un pieno riconoscimento dell’unicità della persona in ogni ambito professionale è stato portato avanti con successo da Schön [1983], che ha tracciato il profilo del professionista riflessivo. Questo è tale in quanto abbandona le facili categorizzazioni della cosiddetta razionalità tecnica e si «immerge» nelle particolari situazioni degli individui, conoscendo nell’azione attraverso il riflettere sull’azione e nel corso dell’azione. Un bravo professionista è capace di muoversi in tale contesto di incertezza in quanto agisce utilizzando un sapere tipologico dotato di «rigore senza esattezza». Ciò non significa fare le cose casualmente, senza ordine e senza riflettere, ma vuol dire procedere con un rigore privo dell’esattezza e della certezza sugli effetti delle azioni intraprese che in passato veniva attribuita alle scienze naturali nell’ambito delle quali l’appartenenza di un fenomeno a una determinata categoria faceva assumere a questo tutte le qualità e le caratteristiche proprie della categoria stessa. Tale principio non si può applicare alle persone [Botturi 2002].
Infine, è interessante rilevare che l’accento posto dal servizio sociale sull’unicità delle persone mina, a partire dalle sue fondamenta, i concetti di normalità e, al suo opposto, di anormalità applicati alle persone [Pray 1991]. Chi si rivolge ai servizi, infatti, va accolto così com’è, nella complessità e irriducibilità di bisogni e risorse presenti secondo una configurazione che non ha uguali. Il modo «giusto» e «normale» di essere è qualcosa che è riferibile a un ambito valutativo non professionale ma di tipo moralistico.
I concetti di intersezionalità e di superdiversità (definiti in questo capitolo a partire dal prossimo paragrafo) vengono proposti come categorie concettuali utili a portare a concretezza il valore dell’unicità della persona e i principi etico-operativi da esso derivanti per conseguire una migliore comprensione della realtà, anche con riferimento alle genitorialità che si muovono su terreni incerti. In particolare, questi due concetti, qui indicati come lenti interpretative {p. 135}della realtà, aiutano a comprendere meglio il punto di vista sia dei genitori quando reclamano esplicitamente o implicitamente il riconoscimento della loro diversità da altri «poveri», migranti, separati conflittuali o individui LGBT, sia degli assistenti sociali quando riconoscono o non riconoscono tali diversità.

3. Quante genitorialità in condizioni di incertezza?

3.1. La teoria intersezionale

Il concetto di intersezionalità sta occupando una posizione sempre più centrale all’interno del dibattito politico e scientifico contemporaneo. Questo può essere considerato a tutti gli effetti come un approccio che tende ad attualizzare – offrendo una visione diversa e inedita – una questione su cui da sempre le scienze sociali si sono concentrate, ossia il posto che gli individui e i gruppi occupano all’interno della società. Più nello specifico, la teoria intersezionale non solo sostiene che persistano delle gerarchizzazioni tra soggetti, a partire da quelle che sono alcune delle loro caratteristiche identitarie, ma sottolinea come le concettualizzazioni classiche dell’intolleranza nella società – come il razzismo, il sessismo, l’omo-bifobia, la transfobia, la xenofobia e tutte le altre forme di pregiudizio – non agiscano in modo indipendente. Al contrario, secondo questa teoria le diverse forme di esclusione sono interconnesse tra loro, creando un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di forme di discriminazione multiple.
È possibile rintracciare l’origine di tali assunti nella storia femminista e antirazzista del XIX secolo [Truth 2020], quando nel contesto americano i collettivi femministi composti da donne nere hanno iniziato a sottolineare l’esigenza di politiche antidiscriminatorie intersezionali, capaci cioè di considerare contestualmente le intersezioni che intercorrono tra genere, etnia e classe sociale e le conseguenze che queste possono avere sulla vita quotidiana delle persone. Nel 1851 Sojourner Truth, attivista femminista e antiabolizionista nata in schiavitù, ha tenuto un discorso alla Women’s Rights Convention, che ha palesato come l’esperienza delle donne afroamericane fornisse una prospettiva unica sui rapporti di potere e di dominio:
Quell’uomo sta dicendo che le donne hanno bisogno di essere aiutate a salire su delle carrozze, a uscire dai fossati, per trovare un posto migliore dove vivere. Non mi ha aiutata mai nessuno a salire su una carrozza, o a uscire dalle pozze di fango, e nessuno mi ha mai offerto un posto migliore (…). E non sono forse una donna? Guardatemi. Guardate le mie braccia! Ho lavorato nelle piantagioni e ho coltivato i campi mettendo il fieno nei fienili e nessun uomo mi ha mai aiutata! E non sono, forse, una donna? (…). Ho arato, e piantato, e raccolto in granai, e nessun uomo potrebbe tenermi testa! Potrei lavorare e mangiare – se avessi [cibo] a sufficienza – quanto un uomo, e sopportare anche la frusta! E non sono, forse, una donna? Ho
{p. 136}dato alla luce tredici bambini e visto la maggior parte di loro essere venduta come schiava, e quando ho gridato il dolore di una madre nessuno mi ha ascoltato, tranne Gesù. E non sono, forse, una donna? [traduzione nostra].