Alessandro Sicora, Silvia Fargion (a cura di)
Costruzioni di genitorialità su terreni incerti
DOI: 10.1401/9788815411365/c3

Capitolo terzo Essere riconosciuti, riconoscere e riconoscersi: l’esperienza dei genitori e degli assistenti sociali
di Luigi Gui e Mara Sanfelici. Frutto della ricerca e della riflessione comune dei due autori, i paragrafi 1, 5, 6 sono da attribuirsi a Luigi Gui; i paragrafi 2, 3, 4 a Mara Sanfelici; le conclusioni sono state scritte da entrambi gli autori

Notizie Autori
Luigi Gui insegna Servizio sociale e Politiche sociali presso l’Università di Trieste. È co-autore, tra l’altro, di Povertà: politiche e azioni per l’intervento sociale (con D. Gregori, Roma, 2012) e curatore di Cura, relazione, professione: questioni di genere nel servizio sociale (con R.T. Di Rosa, Roma, 2021).
Notizie Autori
Mara Sanfelici insegna Fondamenti del servizio sociale e Servizio sociale internazionale presso l’Università di Milano Bicocca. È autrice di I modelli del servizio sociale. Dalla teoria all’intervento (Roma, 2017) e curatrice di Gli assistenti sociali nell’emergenza Covid-19 (con L. Gui e S. Mordeglia, Milano, 2020).
Abstract
Questo capitolo si concentra sulla categoria del riconoscimento, cruciale nei processi di costruzione identitaria. Vengono quindi analizzate non solo le pratiche e le modalità ad esso inerenti nellʼambito delle relazioni affettive, comunitarie e politico-giuridiche, ma anche le interazioni tra assistenti sociali e genitori, che possono aiutare od ostacolare il mutuo riconoscimento nella relazione di aiuto.

1. Perché il riconoscimento è un tema rilevante per il servizio sociale

L’angolatura visuale di questa ricerca, sul punto d’incontro, di frizione o di mancato incontro tra il mondo dei servizi e il mondo dei genitori in condizione d’incertezza, di precarietà e di vulnerabilità, consente di osservare la realtà dalle diverse prospettive dei soggetti implicati.
Si è scelto, infatti, sin dai primi passi della ricerca CoPInG da cui origina il presente volume, di approfondire la conoscenza della condizione dei genitori e della realtà percepita dagli assistenti sociali, partendo dall’ascolto sia dei primi che dei secondi, dalle loro narrazioni, dal significato che loro stessi attribuiscono all’esperienza che conducono, ai loro desideri, ai loro timori, alle loro difficoltà e infine ai loro bisogni. Si può ritenere che CoPInG sia a pieno titolo una ricerca «di» servizio sociale, perché è volta ad accrescere competenze d’azione «nella “triade” rappresentata dalla persona/famiglia, inserita in una comunità, che entra in contatto con una organizzazione attraverso i suoi servizi» [Allegri 2022, 545], ma anche una ricerca «sul» servizio sociale, perché ne mostra alcune dinamiche, e «per» il servizio sociale, fornendo ai professionisti interrogativi critici e possibilità di cambiamento d’ottica e d’approccio operativo [Trevisan 1963; Albano e Dellavalle 2015, 112].
Superando la visione stereotipica di cui si è parlato nel capitolo precedente, tenere assieme l’istanza di conoscenza della realtà sociale come oggetto di ricerca, senza perdere attenzione all’incomprimibile originalità dei soggetti che a tale realtà danno vita, nelle contingenze dei loro vissuti, consente di tenere aperti i registri della soggettività personale e della significatività relazionale. Il materiale empirico qui considerato porta alla luce «persone» non solo «unità d’analisi», letteralmente illumina la loro presenza, i loro volti, le loro emozioni, le loro tensioni esistenziali, in altre parole: le riconosce.{p. 60}
Giacché il servizio sociale è una disciplina inestricabilmente legata alle vicende personali e relazionali, oltre che comunitarie e politico-istituzionali, riconoscere le persone nelle loro particolarità ne è elemento costitutivo. Ogni qual volta si spersonalizzi l’oggetto d’attenzione e i termini d’azione divengano solo «erogazioni», «procedimenti», «casi», «utenza» generica, standardizzata, stereotipata, si prosciuga il senso stesso della disciplina. Scriveva già due decenni fa Maria Dal Pra Ponticelli in uno dei suoi autorevoli contributi sul servizio sociale:
È importante sottolineare che proprio nel contesto della post-modernità si sta sempre più facendo strada l’affermazione e la valorizzazione del concetto che la persona è ontologicamente intersoggettiva e quindi si realizza, si identifica solo attraverso il rapporto con gli altri, l’alterità, il dialogo, i rapporti di reciprocità – e proseguiva – (…) il volto «nudo» dell’altro provoca la propria [del professionista, N.d.R.] personale responsabilità [Dal Pra Ponticelli 2004, 12].
Il riconoscimento delle persone e la qualità dell’interazione, dunque, rimangono elementi costitutivi ed essenziali del servizio sociale anche quando sono sottaciuti, dati per ovvi o smarriti nel lavoro quotidiano, pressante, normativizzante, in molte occasioni prestazionistico nelle organizzazioni dei servizi. Non prenderne chiara consapevolezza può portare al rischio dell’esito paradossale di «servizi che non servono»; nella doppia valenza di senso di non riuscire a porsi al servizio di chi si intenda aiutare e di non risultare efficaci (realmente utili) nel cambiamento positivo che si vorrebbe ottenere.
Il paragrafo successivo mette in luce come la categoria del riconoscimento non sia stata assunta a priori come guida per la nostra indagine sulla costruzione della genitorialità sfidata da condizioni «difficili», ma sia emersa come questione rilevante nelle riflessioni e nelle prospettive condivise dai genitori.

2. Apprendere dalla prospettiva dei genitori: il riconoscimento come categoria emergente dal campo

La categoria del riconoscimento è emersa come centrale in particolare nell’analisi delle interviste con i genitori in situazione di povertà [Sanfelici 2023a], ed è in relazione a tale concetto che si articolano le ulteriori analisi e la discussione condotte in questo capitolo.
Coerentemente con il metodo della constructivist grounded theory che ha orientato il nostro lavoro di ricerca [Charmaz 2014], l’obiettivo è stato quello di rintracciare le categorie di significato emerse dal campo, per comporre solo successivamente un modello di spiegazione, in cui è la conoscenza dei partecipanti a influenzare il processo di astrazione teorico.
Le fasi di raccolta e analisi dei dati, per la parte di approfondimento sui genitori in povertà, sono state guidate da due domande di ricerca interrelate. {p. 61}Come i genitori fronteggiano le sfide determinate da condizioni di deprivazione economica? Come i servizi del welfare sono implicati nei processi di fronteggiamento di tali sfide? L’intervista semi-strutturata [Fargion 2022] è stata utilizzata come strumento per costruire conoscenza relativa ai processi e alle pratiche coinvolte nel «fare i genitori» [Morgan 2010], in particolare quando si affrontano difficoltà legate alla povertà.
L’analisi ha portato a identificare un modello di spiegazione delle strategie di coping [Sanfelici 2023a] e delle modalità di relazione con i servizi del welfare [Sanfelici 2022], in cui la categoria del riconoscimento è identificata come chiave per spiegare i fattori che facilitano o ostacolano l’esercizio della genitorialità. I processi di riconoscimento, o di negazione di riconoscimento, plasmano l’esperienza dei genitori, ne influenzano le strategie di fronteggiamento, ma anche le modalità di interazione con i servizi del welfare, i quali, a loro volta, possono costituirsi come fonte di riconoscimento o misconoscimento. Tali processi mettono in luce l’interazione dinamica tra l’agency dei genitori, la qualità delle reti in cui sono coinvolti e gli elementi strutturali che ne influenzano l’azione e le possibilità.
A partire da tali risultati, questo capitolo si pone l’obiettivo di esplorare le esperienze di riconoscimento e misconoscimento dei genitori (appartenenti a minoranze sessuali, in alta conflittualità, in migrazione forzata, in situazioni di povertà) coinvolti nell’indagine nazionale CoPInG, costruendo un dialogo tra la loro voce e alcuni dei concetti teorici utilizzati in letteratura per analizzare la questione del riconoscimento. In particolare, la teoria di Axel Honneth è apparsa particolarmente utile a interpretare le evidenze dal campo, offrendo un riferimento che consente uno sguardo trifocale [Gui 2022], in grado di comprendere diversi modi di interagire e di stare in relazione delle persone, esito del loro agire relazionale, sociale e politico.
Il capitolo è organizzato in differenti sezioni. La prima discute le diverse accezioni che il termine «riconoscimento» ha assunto nel senso comune e nella letteratura, per poi approfondire alcuni concetti chiave della teoria di Honneth. La seconda parte mette in dialogo i dati emersi dal campo con la teoria del riconoscimento, mostrando le potenzialità della sua applicazione empirica nell’analisi dei processi coinvolti nell’esercizio della genitorialità in condizioni di povertà. La terza amplia lo sguardo alle sfide che i genitori incontrano in diverse condizioni di incertezza, attraverso l’uso empirico del concetto di riconoscimento per l’analisi dei dati emersi nelle unità di ricerca sulla genitorialità LGBTQ+, in migrazione forzata e nelle separazioni altamente conflittuali. L’ultima parte propone alcune coordinate interpretative della relazione che si genera tra genitori e assistenti sociali, ne rivisita la dimensione dell’aiuto, per rintracciare piste valutative e operative in linea con il concetto di mutuo riconoscimento.{p. 62}

3. Il riconoscimento: significati e concetti chiave dalla teoria honnethiana

3.1. La semantica del riconoscimento

Considerate le molteplici sfumature semantiche associate al concetto di riconoscimento, sia nel linguaggio comune, sia nel dibattito filosofico [Honneth 2018], riteniamo utile anticipare una breve discussione delle diverse accezioni che ha assunto, identificando quella privilegiata in questo contributo.
La parola «riconoscimento» è utilizzata per esprimere significati differenti. Ricoeur [2004], nella sua analisi lessicografica, ha identificato ventitré diverse accezioni, giungendo a distinguere tre tipi di semantiche, ovvero il riconoscimento come distinzione di un’identità, oppure come accettazione di una verità o, ancora, come gratitudine.
Nella prima accezione, riconoscere può riferirsi all’azione e all’atto con cui si identificano – o ci si rende conto di aver già conosciuto – persone, fatti, oggetti e situazioni. In questo senso, il riconoscimento è attribuzione di identità, e si riferisce all’identificare, distinguere, conoscere un oggetto tramite la memoria o l’azione, collegando immagini e percezioni che lo riguardano. Per esempio, incontriamo una persona e la riconosciamo come una nostra compagna di scuola durante l’infanzia.
Con un contenuto semantico differente, il termine «riconoscimento» può identificare anche l’atto con cui si accetta o si ammette che qualcosa esista o abbia avuto luogo (ad es., riconoscere il genocidio armeno, o riconoscere uno Stato), oppure si accetta come vero o valido un oggetto, una persona, un fatto, o si ammette una pretesa normativa (ad es., riconoscere che l’altro abbia ragione).
In una terza accezione, il significato di riconoscimento viene associato a quello di gratitudine, quando si testimonia di essere riconoscenti di qualcosa che un’altra persona ha fatto per noi (ad es., riconoscere l’aiuto che un altro ci ha offerto).
Nel quadro della teoria honnethiana, il concetto di riconoscimento indica più specificamente i segni che un individuo dà del valore che attribuisce a un altro individuo, e si associa a quello di reciprocità. Non si tratta solo di «identificare» e «distinguere» tramite la memoria, il giudizio o l’azione, secondo un’accezione più vicina al termine «conoscere» [Ricoeur 2004; trad. it. 2005, 25], ma è implicato il coinvolgimento in una relazione tra soggetti interdipendenti. In questa accezione, il termine ha origine nella filosofia hegeliana, in cui designa una relazione intersoggettiva e reciproca, identificata dal termine tedesco Anerkennung («conoscere-verso»).
Renault [2017, 54] spiega in modo chiaro come una «relazione di riconoscimento interindividuale» colleghi un’aspettativa di riconoscimento proveniente da un individuo A e un effetto di riconoscimento da parte di un individuo B (o da un insieme di individui, o da un’istituzione), che può {p. 63}essere concepito da questo individuo A come conforme alla sua aspettativa (situazione di riconoscimento positivo) o meno (situazione di negazione di riconoscimento). Renault aiuta anche a spiegare cosa viene riconosciuto in tale relazione, e in che modo. L’aspettativa di riconoscimento può riferirsi all’essere dell’individuo A (che può voler essere riconosciuto nella sua umanità), oppure al suo agire (il soggetto può voler essere riconosciuto «per» o «attraverso» i suoi atti). L’effetto di riconoscimento da parte dell’individuo B (o di più individui) presuppone sia un atto di identificazione, ovvero un’attribuzione d’identità a un individuo o di una proprietà ai suoi atti, sia la valutazione di altri individui, in relazione a principi normativi istituzionalizzati. Il punto, non risolto nel dibattito sul tema, è determinare se le aspettative di riconoscimento si riducono a delle costruzioni sociali, come effetti indiretti dell’interiorizzazione dei ruoli, o se designano anche esigenze normative, che permettono di adottare un punto di vista critico su questi fatti sociali [ibidem]. Il pensiero di Honneth si identifica con la seconda posizione.
Il filosofo tedesco sottolinea, inoltre, come il riconoscimento non implichi solo una relazione intersoggettiva, ma anche il carattere della reciprocità, ovvero la co-determinazione dei soggetti in interazione, che ne definisce al contempo l’interdipendenza e le condizioni per la rispettiva autonomia e libertà, che si ritrovano con e negli altri [Honneth 2017].
L’apparato concettuale della teoria di Honneth e le sue possibilità di applicazione nella ricerca e nella pratica del servizio sociale sono discussi in diversi contributi in letteratura [tra gli altri, Houston 2016; Sanfelici 2023b]. I paragrafi successivi discutono in particolare alcuni concetti di tale teoria, utili a costruire connessioni con il modello di spiegazione emerso dalla nostra ricerca sul campo, mostrando le potenzialità della categoria del riconoscimento per interpretare sia i processi di costruzione identitaria, sia i fenomeni di inclusione ed esclusione sociale, guardando alla reciproca influenza dei livelli micro, meso e macro.

3.2. Il riconoscimento nei processi di costruzione identitaria

In linea con Hegel, nel pensiero di Honneth emerge l’idea della costruzione intersoggettiva dell’identità umana, in opposizione a una concezione monologica della soggettività, che ha a lungo caratterizzato il pensiero moderno [Cortella 2008]. Il soggetto si forma all’interno e grazie a processi sociali di riconoscimento reciproco, in cui raggiunge la consapevolezza di sé e la propria autorealizzazione.
Da questa prospettiva, il rapporto positivo con sé stessi si costituisce in relazioni di mutuo riconoscimento e, in quanto tale, è anche «intersoggettivamente vulnerabile» [Renault 2017, 55]. La nozione di bisogno umano di riconoscimento individua infatti una richiesta di conferma orientata verso gli
{p. 64}altri, e verso le istituzioni che ne condizionano il comportamento, che può venire o meno soddisfatta. Tale bisogno individua una costante antropologica, mentre le forme che esso assume dipendono da modelli istituzionalizzati di riconoscimento, che si modificano nei contesti sociali, e sono storicamente determinati.