Alessandro Sicora, Silvia Fargion (a cura di)
Costruzioni di genitorialità su terreni incerti
DOI: 10.1401/9788815411365/c2

Capitolo secondo Avvicinarsi alle pratiche genitoriali: visioni stereotipiche e comprensione delle diversità
di Salvatore Monaco e Urban Nothdurfter

Notizie Autori
Salvatore Monaco insegna Sociologia generale e Infanzia, famiglie e generi presso la Libera Università di Bolzano. È autore, tra l’altro, di Tourism, Safety and Covid-19 (New York, 2021) e Omosessuali contemporanei. Identità, culture, spazi LGBT+ (con F. Corbisiero, Milano, 2021).
Notizie Autori
Urban Nothdurfter insegna Servizio sociale e Politica sociale presso la Libera Università di Bolzano. È autore, tra l’altro, di Meeting (or not) at the Street-level? A Literature Review on Street-level Research in Public Management, Social Policy and Social Work, in «International Journal of Social Welfare» (con K. Hermans, 2018) e Why Are You Backing Such Positions? Types and Trajectories of Social Workers’ Right-Wing Populist Support, in «The British Journal of Social Work» (con L. Fazzi, 2021).
Abstract
Gli autori del capitolo affrontano il tema degli stereotipi e dei significati ideologici che assume il concetto di genitorialità, approfondendo le modalità con cui essi si manifestano nellʼattuale contesto italiano. Lʼanalisi si sofferma quindi sulla natura di queste credenze stereotipiche e normativizzanti e sugli effetti che esercitano sui genitori che si trovano a vivere in condizioni di incertezza.

1. Introduzione

Il presente capitolo approfondisce il tema degli stereotipi sulla genitorialità che necessita di un’analisi critica per promuovere la comprensione delle diversità e l’avvicinarsi in modo adeguato a pratiche e bisogni di genitori in situazioni di incertezza. L’introduzione si riferisce ad alcuni lavori classici che hanno sviluppato la ricerca sul tema degli stereotipi per porre in risalto poi la forte presenza di visioni stereotipiche della famiglia e della genitorialità evidenziate da tempo nella letteratura di riferimento, ancora molto frequenti e istituzionalizzate anche nel contesto italiano. Il testo indaga poi in modo trasversale gli effetti di visioni stereotipiche e normativizzanti emerse dall’analisi dei dati raccolti con i genitori in condizioni di incertezza coinvolti nella ricerca. Il capitolo si conclude sottolineando l’importanza di una consapevolezza critica di un immaginario stereotipizzato e normativo delle genitorialità nel servizio sociale, proponendo spunti e alcune domande di riflessione.
Il termine «stereotipo» è stato introdotto da Lippmann nel volume Public Opinion [1922]. Nel testo l’autore pone in luce l’esistenza di preconcetti che determinano il modo in cui gli attori sociali percepiscono la realtà. Quando queste immagini si riferiscono a gruppi sociali, in qualche modo le differenze tra i membri che ne fanno parte sono assottigliate. Secondo Lippmann gli stereotipi sono uno strumento di cui si serve la mente per semplificare i fatti, in quanto consentono di rappresentare gruppi e non individui, immagini globali e non specifiche. Gli stereotipi sono territorialmente e temporalmente circoscritti. Infatti, si basano sul sistema di valori e di credenze vigenti in un dato momento in una determinata cultura; per questo motivo non solo sono diversi gli stereotipi tra una società e l’altra, ma possono anche variare all’interno dello stesso assetto sociale nel corso {p. 24}del tempo. A causa del loro carattere rigido e semplificativo, gli stereotipi conducono a una generalizzazione della realtà, che è di conseguenza in molti ambiti distorta.
Benché gli stereotipi non siano di per sé positivi o negativi, Adorno et al. [1950] hanno posto in risalto che il loro utilizzo può risultare pericoloso, soprattutto quando questi vengono utilizzati per definire degli standard assunti come «norma» o connotare negativamente alcuni gruppi di persone. Più in particolare, gli autori hanno legato la filosofia dello stereotipo all’antisemitismo, sostenendo che proprio la rappresentazione semplificata e distorta degli ebrei ha condotto alla più patologica forma di giudizio sociale che la storia abbia mai conosciuto.
Nel testo The Nature of Prejudice Allport [1954] ha introdotto l’approccio cognitivo nello studio degli stereotipi, sottolineando che le persone affette da atteggiamenti di pregiudizio organizzano le loro conoscenze categoriali in maniera diversa da come fanno le altre persone. Di conseguenza, queste saranno portate a non riconoscere la variabilità interna ai gruppi, appiattendo le differenze tra soggetti accomunati da un solo tratto identitario.
Verso la fine degli anni Sessanta, l’analisi degli stereotipi ha iniziato a occupare uno spazio crescente nella letteratura psicosociale all’interno degli studi incentrati sui processi di categorizzazione. In un articolo del 1969, Tajfel infatti ha affermato che gli stereotipi nascono dal processo di categorizzazione e possono essere utili per gestire la complessità. Allo stesso tempo egli ritiene che siano gli atteggiamenti di pregiudizio a giustificare la nascita degli stereotipi e non il contrario, sottolineando di fatto che tali sistemi di rappresentazione non siano mai neutrali. Secondo tale prospettiva rovesciata, quindi, gli stereotipi il più delle volte sarebbero anticipati da forme di giudizio sociali tendenziose, che, per giustificare i propri comportamenti differenziati, portano i soggetti anche ad accentuare le differenze tra gruppi, segnando una distanza tra le parti. In altri termini, un effetto relativamente automatico del processo di categorizzazione sarebbe l’accentuazione delle somiglianze all’interno di un gruppo e delle differenze tra due categorie di soggetti a confronto. Se il soggetto fa parte di uno dei gruppi messi a confronto, un ulteriore effetto che ne consegue è quello di produrre una discriminazione valutativa e comportamentale a vantaggio di quello di appartenenza.
Queste teorizzazioni hanno stimolato una serie di studi sperimentali, condotti principalmente in ambito scolastico e formativo, sull’analisi dei fattori che incoraggiano i fenomeni di accentuazione delle caratteristiche intergruppo e che possono anche indurre a situazioni di favoritismo ai danni di chi è percepito come diverso da sé [Capozza e Nanni 1986; Doise, Deschamps e Meyer 1978; Tajfel, Sheikh e Gardner 1964; Wilder 1984]. Si tratta di un filone di ricerca che, in tempi più recenti, ha spostato la propria attenzione sullo studio del pregiudizio contro le persone migranti [Beaupre e Hess 2003; Rustemli, Mertan e Ciftci 2000].{p. 25}
Negli anni Novanta gli studi di Rothbart e Taylor [1992] hanno proposto una visione essenzialista degli stereotipi, suggerendo che l’appartenenza categoriale viene dotata di una sua «entitatività», vale a dire che a ciascun gruppo di individui viene conferita una proprietà definita, che in qualche modo ne fissa dei tratti che vengono assunti quasi come se fossero naturali, e per questo sono considerati poi pressoché immutabili.
Secondo Lippmann gli stereotipi, essendo un prodotto sociale, si diffondono principalmente attraverso il processo di socializzazione intergenerazionale e vengono mantenuti e rafforzati sia dal sistema valoriale e normativo, sia attraverso la comunicazione, che prende forma nei diversi contesti della vita associata ed è veicolata dai mass media.
Tali argomentazioni sono state ulteriormente sviluppate nell’ambito della teoria sociologica della costruzione sociale, secondo la quale gli stereotipi sono una sedimentazione di conoscenze e di memorie collettive, per cui possono essere considerati una sorta di archivio storico mediante il quale una comunità contempla e dà senso alle relazioni tra gruppi secondo un codice di simboli di interpretazione socialmente condiviso. Dunque, secondo questa prospettiva, attraverso il processo di conoscenza, gli individui selezionano eventi, gruppi e informazioni e li classificano, attribuendogli un ordine gerarchico, che viene poi trasmesso mediante il linguaggio. Essendo un prodotto sociale che cambia ed evolve con il mutare della società, questo rispecchia (talvolta anche in maniera involontaria) gran parte dei principali stereotipi esistenti. Partendo da tali considerazioni, ad esempio, Rodler, Kirchler e Hölzl [2001] hanno effettuato una singolare analisi degli annunci funebri pubblicati sulla stampa di lingua tedesca per commemorare i manager di impresa o di azienda scomparsi. La ricerca mostrava una sostanziale differenza nel vocabolario utilizzato a seconda che la persona deceduta fosse un uomo o una donna, anche a parità di ruolo professionale. Tale studio ha il merito di aver posto in risalto come il linguaggio rifletta, rafforzando, alcuni dei principali stereotipi legati ai ruoli sessuali [Corbisiero, Maturi e Ruspini 2016; Strand 1999].
Chiaramente, le etichette linguistiche per categorizzare persone, gruppi sociali o eventi mutano nel corso del tempo. Se pensiamo, ad esempio, agli afroamericani o anche ad altri gruppi di minoranza, sappiamo che alcuni vocaboli o espressioni una volta in uso sono diventati desueti o addirittura sono stati banditi, proprio perché considerati poco appropriati, negativi o dispregiativi.
Nell’ambito di alcuni studi sull’organizzazione delle conoscenze e sul ruolo della memoria è stato introdotto il concetto di priming semantico [Devine 1989; Stangor e Lange 1993], secondo il quale le etichette linguistiche servono non solo a dare un nome a gruppi o persone, ma anche a rievocare nella mente altri concetti e giudizi legati allo stereotipo, che entrano in «risonanza» per consentire una rapida elaborazione cognitiva delle informazioni.
I prossimi paragrafi evidenziano la presenza e l’impatto di visioni stereotipiche per approfondire l’effetto che possono avere le rappresentazioni e i {p. 26}linguaggi usati su genitori e famiglie che per diversi motivi si discostano da un immaginario postulato come normativo.

2. Stereotipi su famiglie e genitorialità: una «overview» della letteratura

La famiglia in generale, e la genitorialità in particolare, non sono immuni da stereotipi e significati ideologici. Ciò dipende in larga misura dal fatto che la sua esistenza è data così per scontata in tutte le culture da assumere (in ciascuna di esse) i tratti di un «fatto sociale» (à la Durkheim) così «naturale» e ovvio da rendere quasi incomprensibile il suo carattere situato nello spazio, nel tempo e nel contesto culturale [Therborn 2004]. Dunque, benché non vi sia nulla di meno naturale, in ogni epoca e in ogni società vige quello che Saraceno [2017, 17] ha definito il «paradosso normativo» della famiglia, che le attribuisce alcune caratteristiche cristallizzate, sulla base delle quali si fonda poi un modello stereotipizzato, assunto come ideale a cui tendere.
Come messo in evidenza da Ross-Plourde et al. [2021], non solo gli stereotipi associati alla buona genitorialità sono ancora radicati in tutte le società, ma, indipendentemente dai contenuti specifici, le aspettative e le rappresentazioni stereotipiche che riguardano le madri sembrano essere più rigide rispetto a quelle che esistono sui padri.
Secondo Ariès [1973] lo stereotipo della «buona madre» ha attraversato tutte le epoche storiche, sin dal Neolitico. Per quanto concerne il contesto occidentale, a lungo è stata prevalentemente radicata l’idea secondo cui le donne potevano dimostrare le proprie capacità genitoriali procacciandosi risorse utili per la famiglia e, al tempo stesso, prendendosi cura dei propri figli [Hrdy 2001; Wearing 1984].
Con l’avvento della società moderna, in Occidente si è assistito al cosiddetto fenomeno della nuclearizzazione delle famiglie. In altri termini, si è gradualmente passati dalla struttura familiare allargata a una struttura ristretta, composta da genitori uniti stabilmente e dalla loro prole. Ciò ha rappresentato il terreno per la proliferazione di nuovi stereotipi sulla genitorialità. Più in particolare, in Gran Bretagna e Francia, ad esempio, si è diffusa poi l’idea che le donne più ricche potessero affidare il lavoro di cura dei loro figli a tate e balie oppure a collegi, senza che questo mettesse in discussione le loro capacità genitoriali [Stockey-Bridge 2015]. In altri contesti territoriali, invece, ha iniziato a insinuarsi nell’immaginario collettivo in maniera più estesa e visibile la figura ideale della madre casalinga che rinunciava al lavoro retribuito per impegnarsi con tutte le proprie forze nella principale missione di cura di marito e figli [Bobel 2001; Leira 1992].
A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, con il fine di promuovere l’autodeterminazione delle donne, i movimenti femministi occidentali hanno molto insistito per decostruire quest’ultima immagine, sostenendo che l’ideale {p. 27}della buona madre come «angelo del focolare» rappresentava nei fatti un limite per le donne, che le relegava nella sfera domestica, privandole della possibilità di potersi autodeterminare anche al di fuori della casa [Chodorow 1978; 1999; Gross 1998; Rich 1976; Thurer 1994]. Così facendo, ha iniziato a farsi strada l’idea che le donne potessero essere delle buone madri anche se dedicavano del tempo a sé stesse, alla propria carriera o ad altre attività extradomestiche.
Partendo da tali sollecitazioni, diversi studi condotti nell’ambito delle scienze sociali e giuridiche hanno analizzato in maniera critica come nei fatti alcuni apparati culturali e normativi abbiano, in maniera più o meno implicita, compartecipato a istituzionalizzare e perpetrare gli stereotipi associati alla buona genitorialità [Ellingsæter e Leira 2006; Neilson e Stanfors 2014]. L’idea al centro di questi studi è che politiche di welfare, prescrizioni e frame ideologici abbiano contribuito, al di là delle volontà individuali, da un lato, a vincolare la vita quotidiana di molte famiglie, accrescendo in taluni casi il senso di colpa nei genitori che non riuscivano ad aderire agli standard prescrittivi e alle rappresentazioni culturali [Jackson e Mannix 2004; Romagnoli e Wall 2012] e, dall’altro, a orientare non di rado visioni, atteggiamenti e valutazioni dei professionisti [Fargion 2021; Gupta et al. 2018; Strega et al. 2008].
Al fine di comprendere quali siano ad oggi nelle diverse culture le concettualizzazioni su «buona maternità» e «buona paternità», Valiquette-Tessier et al. [2019] hanno condotto uno studio sulla letteratura internazionale prodotta nel periodo compreso tra il 2005 e il 2016 che pone in luce quali sono le principali aspettative sociali ancora vigenti.
La rassegna restituisce chiaramente che gli stereotipi sulla paternità tendono ad appiattire la figura paterna, chiedendo ai padri principalmente di adempiere alla funzione di percettori di reddito utile alla sussistenza della famiglia. Diversi studi suggeriscono pertanto l’ipotesi che, a livello globale, molti uomini siano persuasi dall’idea di poter dimostrare quanto sono capaci di svolgere la funzione paterna in base al tempo che destinano al loro lavoro, fuori dalle mura domestiche [Enderstein e Boonzaier 2015; Kwon e Roy 2007; Ratele, Shefer e Clowes 2012; Roer-Strier et al. 2005; Strier 2014; Strier e Roer-Strier 2005; Taylor e Behnke 2005; Utrata 2008; Wilkinson et al. 2009]. Si tratta di uno stereotipo abbastanza trasversale, che però trova legittimazioni differenti a seconda degli assetti valoriali e culturali di riferimento, chiariti nell’ambito di alcune ricerche specifiche.
Ad esempio, considerando l’esperienza di padri russi, etiopi, cinesi, sudamericani, jugoslavi, bosniaci e del sud-est asiatico immigrati in Canada e Israele, Este e Tachble [2009] hanno evidenziato che la percezione di sé e del sentirsi buoni genitori per molti uomini è strettamente connessa al tipo di occupazione svolta. Alcuni dei partecipanti allo studio hanno anche riferito di vivere la condizione di disoccupati come un fallimento familiare, oltre che personale.
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