Marina Calloni (a cura di)
Pandemocrazia
DOI: 10.1401/9788815411297/p1

Introduzione. Pandemia: il magnete di un mondo malato, di Marina Calloni

Notizie Autori
Marina Calloni è professoressa ordinaria di Filosofia politica e sociale presso l’Università di Milano-Bicocca. Ha insegnato e svolto ricerche in numerosi Paesi, collaborando con università, associazioni e istituzioni sovranazionali. È presidente della Società Italiana di Teoria Critica. Dirige il centro di ricerca Adv – Against Domestic Violence e l’academic lingue, concernenti diritti umani, democrazia e conflitti, studi di genere, critica della violenza, sfera pubblica. Nel network Unire. Ha pubblicato molteplici lavori scientifici in diverse 2020 è stata nominata dal presidente Sergio Mattarella Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Il male viene da lontano, come è accaduto per tutte le pestilenze del passato, con il suo carico di morte e di dolore. Non ha ancora nemmeno un nome: il virus è sconosciuto e difficile da ammettere nella sua gravità. Viene nascosto e annunciato solo alcuni mesi dopo la sua prima apparizione. È silente, ma diventa visibile per gli effetti mortali che produce, seppur nella sua incorporeità materiale. Non distrugge le cose, ma le persone, disorientate nel non sapere dove e come trovare scampo.
Il virus innominato entra così nella vita di miliardi di persone in modo inaspettato, subdolo e letale: è un’entità biologica che provoca morte, replicandosi attraverso varianti. È un avversario micidiale senza armi, ma che non permette salvezza in nessun luogo. La scienza, la politica, la società e gli individui sono confusi ed impauriti. Non ci sono macerie materiali: la natura cresce rigogliosa, l’aria è più pulita, gli animali riprendono le strade come vie di transito, mentre gli umani sono ingabbiati in isolamenti forzati. Lo squilibrio venutosi a creare tra lo sviluppo economico e lo sfruttamento ambientale diventa più palpabile in un’inedita condizione emergenziale.
Riconoscere il virus non è stato facile, non solo come patogeno, ma come un magnete che ha catalizzato attorno a sé crisi a catena dagli esiti imprevedibili.
Lo «sconosciuto» si affaccia al mondo in modo imprevisto. Il 31 dicembre 2019 si diffonde la notizia che in Cina sarebbero stati ravvisati casi di polmonite atipica di origine virale. La prima città colpita dall’infezione respiratoria è Wuhan, nota per il fiorente mercato all’ingrosso di frutti di {p. 8}mare e animali vivi, nonché per il suo istituto di virologia. Il 10 gennaio 2020 ricercatori cinesi dichiarano che la sequenza dell’Rna estratta dai nuovi casi di polmonite rimanda al genoma di un ceppo di Coronavirus mai prima identificato. Gli si dà un nome: Severe Acute Respiratory Syndrome COronaVirus, abbreviato come Sars-CoV-2, poi meglio conosciuto con la sigla di Covid-19, ovvero COronaVIrusDisease-(20)19. Una volta nominato, il Coronavirus si è ormai esponenzialmente diffuso. Supera i primi lockdown cinesi, oltrepassa i confini continentali, plana a Roma il 21 febbraio: ci sono i casi di due turisti cinesi infettati. Febbraio 2020: l’Italia diventa la prima nazione occidentale ad essere duramente colpita dal Coronavirus, con molti focolai soprattutto nel Nord Italia. Il lockdown nazionale ha inizio domenica 8 marzo. Intanto, la situazione è precipitata in tanti altri Paesi.
11 marzo 2020: l’annuncio – ormai atteso da tempo – è ufficiale. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, annuncia lo stato di pandemia, causato dal contagio da Sars-CoV-2. Il Coronavirus è ormai ovunque. Procede, inarrestabile e veloce, oltrepassando qualsiasi barriera materiale e confine politico. È ormai difficile fermarlo nella sua conclamazione letale.
Proprio per il carico di morti che ogni pandemia porta con sé, nell’annuncio ufficiale dell’11 marzo il direttore Ghebreyesus aveva voluto puntualizzare che:
Pandemia non è una parola da usare con leggerezza o noncuranza. È una parola che, se usata in modo improprio, può causare una paura irragionevole o l’accettazione ingiustificata che la lotta sia finita, portando a sofferenze e morti inutili. [...] Non abbiamo mai visto prima una pandemia scatenata da un coronavirus. Questa è la prima pandemia causata da un coronavirus. E allo stesso tempo non abbiamo mai visto una pandemia che possa essere controllata.
E aggiungeva:
Tutti i Paesi devono trovare un sottile equilibrio tra la protezione della salute, la riduzione al minimo delle perturbazioni economiche e sociali e il rispetto dei diritti umani. […] Questa {p. 9}non è solo una crisi della salute pubblica, è una crisi che toccherà ogni settore; quindi, ogni settore e ogni individuo deve essere coinvolto nella lotta [1]
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Il controllo della pandemia veniva comunque indicato come «fattibile». Si era tuttavia solo all’inizio di una lunga emergenza dalle complessità e conseguenze devastanti, allora inimmaginabili.
Si corre contro il tempo per cercare nei vaccini una possibile via di salvezza. Nel marzo 2020 iniziano le prime sperimentazioni. I vaccini saranno però approvati solo a partire dal 14 dicembre 2020, con l’inizio di pressanti campagne vaccinali, che inducono nuovi accordi fra i Paesi dell’Unione europea. La seconda ondata pandemica aveva intanto colpito popolazioni ormai esauste, con nuovi lockdown e strascichi di morte, che proseguiranno nei due anni successivi. Si presume che almeno 765 milioni di persone siano state infettate.
5 maggio 2023: il segretario dell’Oms Ghebreyesus dà un nuovo annuncio, atteso ormai da tempo. Dopo oltre tre anni, l’emergenza pandemica viene dichiarata conclusa, grazie al parere favorevole del comitato tecnico preposto. Rimane la costante pratica dei vaccini assieme alla persistenza del Coronavirus che continuerà a vivere, in agguato, accanto alle nostre vite.
Ghebreyesus ricorda pertanto con soddisfazione:
È con grande speranza che dichiaro chiusa l’emergenza sanitaria globale da Covid-19. All’inizio della pandemia, al di fuori dalla Cina c’erano circa 100 casi e non vi erano morti dichiarati. In tre anni, a partire da allora, il mondo è stato capovolto: sono stati riportati dall’Oms circa 7 milioni di morti, ma noi sappiamo che la stima è di molte volte superiore, pari almeno a 20 milioni di morti. [...] Questo è certamente un momento da celebrare, ma è anche un momento che ci porta a riflettere. Deve persistere {p. 10}l’idea della potenziale minaccia di altre pandemie. Ora abbiamo strumenti e tecnologie per prepararci meglio per affrontare pandemie e riconoscerle per tempo; tuttavia, a livello globale una mancanza di coordinamento potrebbe inficiare tali strumenti. Sono state perse vite che non dovevano essere perse. Promettiamo ai nostri figli e nipoti che non faremo mai più gli stessi errori [2]
.
Sono affermazioni che – a distanza di tempo – ci possono sembrare semplici dichiarazioni istituzionali o note di cronaca, lasciate alla memoria dei giornali. Sembrano riassumere in modo «oggettivo» un’emergenza durata tre anni che ci ha però visto non solo come lettori o narratori distanti, bensì come attori nella prossimità, parimenti coinvolti nel racconto e nella «paura del contagio». Con la fine dell’emergenza globale, il distanziamento da vicende del passato non deve però solo riferirsi allo scampato pericolo, alla memoria del trauma, al ricordo di chi ci ha lasciato o alla presenza di chi ancora soffre per le conseguenze del morbo. La lontananza temporale ci deve bensì rimandare alla necessità di non rimuovere l’accaduto, anche per prevenire possibili pandemie, catastrofi socioeconomiche e disastri ambientali, garantendo meglio le generazioni future e la vita stessa del pianeta.
Cosa abbiamo allora imparato da questa tragedia in senso tanto individuale, quanto collettivo? Cosa non possiamo dimenticare o cosa dobbiamo fare?
I 1.221 giorni trascorsi fra il riconoscimento della pandemia di Covid-19 e l’annuncio della fine dell’emergenza (ma non della sconfitta del Coronavirus) hanno profondamente segnato le nostre esistenze, così come le società e l’ambiente in cui viviamo. Non siamo e non sono più quelli di una volta, sconvolti e trasformati da un evento sconosciuto e inaspettato, ma di per sé non certamente imprevedibile.
L’emergenza pandemica da Covid-19 ha infatti avuto un impatto drammatico sulle esistenze di miliardi di persone {p. 11}con gravi ripercussioni sulle diverse sfere del vivere individuale e collettivo, a livello tanto locale quanto planetario. Proprio per questo intendiamo qui la pandemia come sindemia, ovvero come l’assommarsi di pregressi problemi sanitari, ambientali, sociali ed economici che intrecciati con nuove patologie epidemiche, creano pluriemergenze e diseguaglianze, mettendo in discussione la legittimità stessa dei sistemi democratici.
Il cambio di paradigma indotto dalla sindemia ha messo infatti in discussione il tradizionale rapporto tra politica, scienza, economia, etica, conoscenza, informazione, diritto e società civile nella trasformazione stessa del rapporto fra pubblico e privato, dovuto anche al massiccio utilizzo dei social media e alla creazione di una «realtà virtuale», prodotta tramite Internet. Ciò ha determinato un cambiamento stesso nelle modalità comunicative del discorso pubblico, ma anche una riflessione sul significato degli interventi dello Stato sociale, necessari non soltanto in tempi emergenziali, bensì in situazioni di «normalità», in modo tale da prevenire ed evitare la radicalizzazione di disuguaglianze.
Intanto, molte sicurezze sono andate in frantumi in società già provate, frammentate, precarie e fluttuanti. Sono stati scombinati i modi dello stare insieme, tesi fra le opposte polarità del «distanziamento sociale» (per evitare il propagarsi del contagio) e di prolungate convivenze coatte (foriere di tensioni fra generi e generazioni), dovute ai lockdown che hanno impedito o limitato movimenti al di fuori del proprio domicilio. La pandemic fatigue, la stanchezza dovuta alle restrizioni indotte dal Covid-19, si è così affermata come nuova patologia accanto al long covid che produce disabilità fisiche e mentali. A indigenze previe si aggiungono nuove povertà, tanto materiali quanto immateriali.
Molto è cambiato nelle forme di vita: dalle modalità di lavoro grazie allo smart working, agli approcci all’educazione e alla formazione tramite la Dad e la Fad. Da luoghi spettrali che erano diventati, i locali pubblici diventano centri per la salute pubblica nelle inedite campagne per le vaccinazioni di massa. Nuovi movimenti online e di piazza si affermano nella trasformazione della tradizionale sfera pubblica. Il
{p. 12}complottismo del dubbio e l’invenzione di fake news, spesso prodotte nella solitudine delle proprie stanze e potenziate da social media ed echo chambers, diventano fonti per una supposta altra verità.
Note
[1] World Health Organization, WHO Director-General’s opening remarks at the media briefing on COVID-19, 11 March 2020, https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19---11-march-2020.
[2] World Health Organization, WHO Director-General’s opening remarks at the media briefing, 5 maggio 2023, https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing---5-may-2023.