Christoph Cornelissen, Gabriele D'Ottavio (a cura di)
La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità
DOI: 10.1401/9788815370228/c10

Per l’Europa e per la repubblica? Idee e movimenti europeistici nella Repubblica di Weimar
Traduzione di Enzo Morandi

Notizie Autori
Vanessa Conze è professoressa di Storia contemporanea, Justus- Liebig-Universität Giessen.
Abstract
Il seguente capitolo prende in esame l’insieme delle organizzazioni e dei movimenti politici “europeisti” sorti durante l’esperienza weimeriana, i quali concentrarono la loro attenzione al ruolo che il mondo tedesco poteva in quegli anni ricoprire sia in ambito europeo che mondiale, con un approccio sostanzialmente diverso da quello che tradizionalmente appartiene alla politica estera. Il discorso qui messo a tema si svolge secondo tre prospettive, una relativa al dibattito storiografico sul complesso di idee sull’Europa borghese e sui gruppi concretamente attivi, un’altra che considera tali idee nel quadro dell’ordinamento europeo nel mondo borghese tra il 1919 e il 1933, l’ultima che mette in stretta relazione tali idee al complessivo ordinamento politico e alla dimensione storica specifici della Repubblica di Weimer, tale da rendere difficile interpretare tale europeismo secondo le odierne direttive dell’integrazione europea.
Il presente saggio affronta da una prospettiva di storia delle idee il tema della pluralità di concezioni riguardanti l’Europa e il suo ordinamento che vennero elaborate durante la Repubblica di Weimar. L’attenzione non si concentrerà tanto sulla politica estera ufficiale della repubblica, quanto piuttosto su quelle organizzazioni e su quei movimenti che – nella scia della politica di conciliazione di Gustav Stresemann – contribuirono al dibattito sul ruolo della Germania in Europa e nel mondo con proposte o idee in tema di collaborazione o integrazione europea. L’analisi si focalizzerà principalmente sui concetti di Europa di matrice borghese, riconducibili quindi allo spettro (nazional)liberale e conservatore della società tedesca. Si tratta di idee di Europa sorprendentemente varie e in parte anche chiaramente diverse tra loro ma che non di rado presentavano un tratto comune: erano cioè sostanzialmente antiliberali o addirittura illiberali.
Le considerazioni che seguono si articolano in tre parti. In primo luogo, si darà brevemente conto del dibattito storiografico in merito alle idee d’Europa e ai gruppi attivi in questo campo presenti nella Repubblica di Weimar. Al riguardo, si tratta di capire quali sono stati i passi compiuti dalla ricerca per approcciare questo tema e perché, stranamente, la storia del discorso sull’Europa è stata a lungo considerata in maniera disgiunta dalle dinamiche interne riguardanti il sistema politico della Repubblica di Weimar. In secondo luogo si illustrerà per grandi linee, e in ogni caso senza alcuna pretesa di esaustività, {p. 222}la pluralità delle idee in tema di ordinamento europeo che caratterizzò il campo borghese tra il 1919 e il 1933. Infine, si affronterà la questione del ruolo che questo complesso di idee ebbe nel contesto del sistema politico della Repubblica di Weimar. Diversamente da quanto è stato fatto finora, le idee d’Europa non verranno considerate solamente come precorritrici dell’integrazione europea, ma anche e soprattutto in relazione al significato che esse assunsero nel contesto del sistema politico weimariano. Ci si chiederà, cioè, se gli attori e i protagonisti del discorso sull’Europa contribuirono a rafforzare la giovane repubblica o, invece, alla sua destabilizzazione.

I.

Se si guarda al modo in cui la storiografia ha affrontato il tema delle idee di Europa durante la Repubblica di Weimar, appare subito chiaro che dopo la fine della Seconda guerra mondiale ci si preoccupò soprattutto di cercare le «radici» storiche del neo-costituendo processo di integrazione europea. Tale approccio raggiunse uno dei suoi punti più alti con i lavori di Walter Lipgens. Sulla base delle sue ricerche, a partire dagli anni Settanta cominciarono ad uscire numerosi lavori incentrati sui diversi gruppi attivi nell’ambito del dibattito pubblico sull’Europa nel periodo della Repubblica di Weimar.
Al riguardo, due sono i punti degni di nota. In primo luogo l’attenzione per le idee sull’Europa all’epoca di Weimar non scaturiva da un interesse per la Repubblica weimariana, ma dalla ricerca delle origini dell’integrazione europea. In un certo senso il tema veniva affrontato non diversamente da altri ambiti della storia della Repubblica di Weimar. La storiografia tedesca è stata a lungo segnata dall’esigenza di comprendere l’anno 1933, con il risultato di considerare e analizzare la Repubblica di Weimar più o meno come l’«antefatto» della presa del potere da parte dei nazisti. Lo stesso è avvenuto con le concezioni d’Europa dell’epoca weimariana, anch’esse studiate – in modo analogo – «solo» come antefatti, come «radici» del processo di unificazione europea avviato dopo il 1945. Ma questo tipo {p. 223}di approccio ha finito per condizionare il modo di considerare le idee circolanti a Weimar in tema di Europa.
L’enfasi posta sulla pre-storia dell’integrazione europea dei primi anni Cinquanta ha infatti portato i primi studiosi che si cimentarono con i movimenti europeistici e le relative idee a gettare sull’«Europa» uno sguardo fortemente connotato in senso idealistico. In particolare, l’attenzione venne rivolta prevalentemente alla ricerca degli elementi che potevano aver favorito lo sviluppo di una Europa democratica e pluralista dopo la Seconda guerra mondiale. In tal modo, però, per «idea di Europa» si finì per intendere solo un concetto democratico di Europa normativamente definito. Come concezioni dell’Europa vennero prese in considerazione solo quelle che associavano l’«Europa» ai valori di democrazia e libertà. Per esemplificare questo approccio normativo all’analisi delle idee sull’Europa nel periodo tra le due guerre, si può citare – in qualche modo come tardo esponente di questa generazione di storici – Hagen Schulze. Il quale definiva l’Europa
«… molteplicità nell’unità, sgorgata dall’idea delle individualità e della loro primazia rispetto al principio di uniformità, in equilibrio l’una contro l’altra e sostenuta da istituzioni razionali e Costituzioni basate sulla idea della libertà e dei diritti umani, regolata secondo il principio della democrazia» [1]
.
Con una definizione siffatta rimanevano inevitabilmente escluse dall’analisi storica tutte le visioni di Europa che non si basavano sul «principio della democrazia» e della «idea della libertà e dei diritti umani». Nella Repubblica di Weimar erano proprio queste idee di Europa ad essere particolarmente virulente – ma a lungo gli storici non sono stati capaci di percepirle; e quando lo hanno fatto, le hanno subito classificate, anche qui con un approccio normativo, come «antieuropee». In questa interpretazione dell’idea democratico-pluralistica di Europa come unica idea di Europa si riconoscevano gli storici contemporanei della vecchia Bundesrepublik, che spesso si consideravano al servizio della causa dell’integrazione europea e con i loro {p. 224}lavori intendevano legittimare sul piano storico il processo in corso. Per dirla con Hartmut Kaelble, la ricerca storica sul tema dell’integrazione europea assolveva in fin dei conti a una finalità politica: «Confortare una minoranza di persone che si erano mobilitate per un’idea europeista, legittimare sul piano storico l’ideale dell’Europa unita» [2]
.
Alla svolta del secolo questo sguardo normativo sull’Europa cominciò a cambiare per diverse ragioni, tra cui, da un lato, la fine del conflitto Est-Ovest, che in un certo qual modo aveva determinato il contesto in cui ebbe luogo il processo di integrazione europea; con il venir meno di tale contesto non solo la politica europea ha dovuto reinventarsi, ma anche la ricerca storica si è liberata del «paraocchi», per così dire, che fino a quel momento le aveva offuscato o per lo meno limitato lo sguardo sull’Europa; dall’altro, però, anche in seno alla stessa corporazione degli storici si registrarono sviluppi che favorirono una rinnovata riflessione sull’Europa e sul suo processo di integrazione: il boom della storia culturale a seguito del cultural turn ha fatto dell’Europa un oggetto di studio la cui natura di «costruzione» emerse più chiaramente che in passato.
A partire da quel momento venne sempre più sottolineato che almeno fino alla seconda metà del XX secolo non si poteva certo parlare di «quell’idea» democratica di Europa, e che, anzi, fino a quando negli anni Cinquanta non si profilarono le istituzioni comunitarie, esisteva una pluralità di idee e concetti in parte anche molto diversi e concorrenti tra loro su ciò che si dovesse intendere per «Europa». Il che vale in particolare per quelle che sono state qui genericamente indicate come idee di matrice borghese sull’Europa: idee fondamentalmente diverse da quell’idea di Europa che viene inevitabilmente associata a valori come pace, libertà, pluralismo, democrazia e diritti umani. Al riguardo, aumentò la consapevolezza che concetti tradizionali di questo tipo in tema di Europa avevano ampiamente caratterizzato le riflessioni tedesche sull’Europa {p. 225}prima del 1945 e anche durante gli anni della Repubblica di Weimar, e proprio nei settori conservatori e liberali della società tedesca. Negli anni scorsi la ricerca storica ha esaminato a fondo questo complesso di idee, di cui qui di seguito si dà conto per sommi capi.

II.

Si deve ai risultati del Trattato di pace di Parigi se nella Repubblica di Weimar, come altrove del resto, si avviò un rinnovato confronto sui modelli in tema di ordinamento europeo. La debolezza del sistema europeo di Versailles, che cominciò a palesarsi già non molto tempo dopo la fine della guerra, le mai sopite tensioni e i problemi ancora irrisolti favorirono lo sviluppo e la diffusione di numerosi modelli alternativi di ordinamento europeo. Nel caso tedesco questo sviluppo venne incentivato dalla ricerca di ciò che poteva facilitare la «rinascita» del Paese e il processo di revisione di «Versailles». I tedeschi, tuttavia, non furono incentivati a confrontarsi con le idee in tema di Europa solo dall’assetto che il sistema europeo assunse dopo il 1919 e dai molti problemi politici sul tappeto, ma anche dal concreto esempio costituito da una idea dell’Europa mediaticamente rilevante con la quale nel corso degli anni Venti dovette incessantemente confrontarsi la maggior parte delle altre concezioni sullo stesso tema. Si intende qui l’idea della «Paneuropa» del conte Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi, che nel 1924 mise per la prima volta per iscritto il suo pensiero in materia di cooperazione europea. Sulla base di una classica argomentazione geopolitica, il conte Kalergi partiva dal presupposto che in futuro avrebbero dominato il mondo soprattutto i «grandi spazi», mentre l’Europa, che a causa della guerra aveva perso la sua posizione di preminenza su scala mondiale, doveva dare vita ad una «alleanza di scopo politico-economica». Da questa alleanza, che avrebbe anche contribuito a preservare la pace in Europa e nel mondo, si sarebbero gradualmente sviluppate una federazione di Stati – gli «Stati uniti d’Europa» (con l’esclusione della Russia e dell’Inghilterra) – e una «nazione europea».
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Note
[1] H. Schulze, Europa als historische Idee, in W. Stegmair (ed), Europa-Philosophie, Berlin et al., De Gruyter, 2000, pp. 1-13, qui p. 12.
[2] H. Kaelble, Europabewußtsein, Gesellschaft und Geschichte: Forschungsstand und Forschungschancen, in R. Hudemann et al. (edd), Europa im Blick der Historiker, München, Oldenbourg, 1995, pp. 1-29, qui p. 26.